La luce del sospetto

La luce del sospetto: Emanuela Orlandi

LA LUCE DEL SOSPETTO: IL CASO DI EMANUELA ORLANDI

                                                                                                            A cura di Mirko Di Leonardo


Nata a Roma il 14 gennaio 1968, Emanuela è una cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Scompare il 22 giugno 1983 all’età di 15 anni. La sua vicenda vede coinvolti oltre lo Stato Italiano e quello Vaticano; anche l’Istituto per le Opere di Religione (Ior), la banda della Magliana, il Banco Ambrosiano e per finire i servizi segreti di diversi paesi. Alla scomparsa di Emanuela Orlandi è connessa la sparizione di un’altra adolescente avvenuta sempre nella capitale, di nome Mirella Gregori. Scomparsa il 7 maggio 1983 e mai più ritrovata. Una vicenda tutt’oggi ancora non risolta.

Emanuela frequentava una scuola romana di musica in piazza Sant’Apollinare. Il giorno della scomparsa, nel tragitto che collegava il Vaticano all’istituto, s’imbatté in uno sconosciuto. Questi era alla guida di una berlina verde, che le prospettò l’offerta di un’occupazione nel settore del marketing cosmetico.

L’ultimo contatto che Emanuela ha con la sua famiglia, riguarda una telefonata alle 19:00 dello stesso giorno; per discutere con la famiglia di questo eventuale lavoro; la sorella al telefono la diffida di credere a questa proposta di lavoro.

La luce del sospetto: gli ultimi avvistamenti

La amica Raffaella Monzi accompagnò Emanuela alla fermata dell’autobus, lasciandola sola alle 19:30. Pochi minuti dopo, la Orlandi fu vista da un vigile urbano in servizio davanti al Palazzo del Senato. Il vigile, una volta interrogato dalle forze dell’ordine ed avviate indagini per la scomparsa, espone che la ragazza è in compagnia di un uomo. Alto circa 1 metro e 75, anagraficamente sui 35 anni, di corporatura snella; dai lineamenti lunghi e marcati, visibilmente stempiato, con una valigetta e una berlina scura metallizzata. Tracciato l’identikit ci si rende conto della somiglianza con Enrico De Pedis membro storico della Banda della Magliana.

Dopo una serie di telefonate completamente inattendibili, arrivò agli Orlandi la chiamata di un uomo che diceva di chiamarsi “Pierluigi”. Il quale raccontò che la rispettiva fidanzata aveva incontrato nei pressi di Campo dei fiori due ragazze; una delle quali sembrava addetta alla vendita di cosmetici, portava con sé un flauto e diceva di chiamarsi “Barbara”.

Il 28 giugno fu poi il turno di un certo “Mario”; disse di avere 35 anni, sostenendo anch’egli di aver visto un uomo e due ragazze vendere cosmetici il giorno della scomparsa. Una delle giovani, diceva di essere di Venezia e di chiamarsi Barbara. Un dettaglio che risultò sintomatico fu, durante la telefonata di “Mario”, la fugace allusione all’altezza della ragazza; dopo un’indubbia esitazione infatti venne in soccorso del ‘rivelatore’ la voce di una seconda persona la quale, in sottofondo, pronunciò chiaramente: “No, de più“. Sembra dunque che ad accompagnare “Mario” ci fosse anche un secondo uomo.

Domenica 3 luglio 1983 Giovanni Paolo II, il Pontefice vigente allora, durante la celebrazione dell’Angelus rivolse un accalorato appello affinché i responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi venissero alla luce, ufficializzando così per la prima volta l’ipotesi del sequestro.

Le testimonianze

Il 5 luglio, è inoltrata una chiamata alla sala stampa vaticana. All’altro capo del telefono la voce di un uomo, una persona dall’inequivocabile accento anglosassone, il quale afferma di tenere in ostaggio la ragazza scomparsa. L’informatore chiama in causa Mehmet Alì Agca, l’uomo responsabile di aver sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio di anni prima; chiedendo al riguardo l’intervento dello stesso Pontefice, Giovanni Paolo II affinché il condannato fosse liberato entro il 20 luglio. La stessa fonte un’ora dopo chiama casa Orlandi per far ascoltare un nastro registrato con la voce della ragazza.

L’8 luglio 1983 fu la volta di un misterioso uomo dalla marcata inflessione mediorientale il quale telefonò a casa di una compagna di classe di Emanuela, sostenendo di tenere in ostaggio la ragazza e avvisando amici e familiari di avere una ventina di giorni di tempo per fare lo scambio con Alì Agca, altresì esigendo la predisposizione di una linea telefonica diretta con il Cardinale Segretario di Stato, all’epoca dei fatti Agostino Casaroli. Il 17 luglio, è ritrovato un nastro nel quale si confermava la pretesa dello scambio con Agca e la richiesta di una linea telefonica diretta con il cardinale Casaroli, mentre in sottofondo si udiva chiaramente la voce di una ragazza implorante aiuto.

Complessivamente, le telefonate inoltrate dall'”Amerikano” alla famiglia Orlandi furono sedici, tutte riconducibili a cabine telefoniche.

Nel comunicato numero 20 risalente al 20 novembre 1984, i cosiddetti Lupi grigi (il movimento estremista nazionalista turco, ritenuto responsabile dell’attentato ai danni di Giovanni Paolo II di cui sembrava farne parte anche il terrorista Alì Agca) dichiararono ufficialmente di avere nelle proprie mani entrambe le ragazze scomparse.

La luce del sospetto: il caso si complica

L’estraneità dei Lupi grigi fu confermata anche da un pentito ex affiliato della Banda della Magliana, Antonio Mancini, il quale solo recentemente, nel 2007, asserì pubblicamente “Si diceva che la ragazza era roba nostra, l’aveva presa uno dei nostri”. Nel 2010, Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ebbe un colloquio personale con Mehmet Alì Agca, durante il quale l’ex attentatore convalidò l’ipotesi del rapimento per conto del Vaticano.

Stando ad alcune testate e pubblicazioni, l’identikit dell’”Amerikano”, stilato dall’allora vicecapo del Sisde Vincenzo Parisi in una nota rimasta riservata fino al 1995, sarebbe corrisposto al profilo di monsignor Paul Marcinkus, che all’epoca ricopriva la presidenza dello Ior. Nel luglio del 2005, alla redazione del programma Chi l’ha visto? arrivò una telefonata anonima nella quale, con riferimento allo specifico caso Orlandi, veniva affermata la necessità di svelare l’identità di chi giaceva sepolto nella basilica di Sant’Apollinare e di approfondire le ricerche sul “favore che Renatino fece al cardinal Poletti”. Venne così alla luce che “l’illustre” defunto non era altro che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis.

Il 30 giugno 2008, Chi l’ha visto? tornando sul caso, trasmise la versione integrale della telefonata anonima risalente al luglio 2005, fino a quel momento del tutto inedita. Successivamente alle rivelazioni sulla tomba di De Pedis e del cardinal Poletti, la voce “misteriosa” aggiungeva “E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei…con l’altra Emanuela”. Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, l’altra ragazza scomparsa a Roma il 7 maggio 1983.

La luce del sospetto: Enrico De Pedis

Nel 2006 la giornalista Raffaella Notariale raccolse un’intervista di Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore laziale Bruno Giordano, la quale tra la primavera del 1982 ed il novembre del 1984 intrattenne una relazione con Enrico De Pedis. Due anni e mezzo dopo, il 23 giugno 2008, la stampa nazionale riporta le dichiarazioni che la stessa Minardi ha reso agli organi giudiziari che ne hanno accolto la deposizione; stando alle parole della donna, Emanuela Orlandi risulta uccisa, ed il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco; figurava gettato in una betoniera a Torvaianica. In base alla testimonianza di Sabrina Minardi, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus.

Il 2 febbraio 2010 Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, incontrò l’ex terrorista Alì Agca, dal quale ricevette ambigue rassicurazioni che smentivano il decesso di Emanuela confermando il fatto che fosse viva e che presto avrebbe fatto ritorno a casa. Come rivelato dall’ex Lupo grigio, la ragazza “ora vive reclusa in una mega villa in Francia o in Svizzera. Tornerà a casa”.

Il 10 marzo dello stesso anno è resa nota l’esistenza di un nuovo, ulteriore, indagato, alias Sergio Virtù, indicato da Sabrina Minardi come l’autista di fiducia di “Renatino”, la persona che avrebbe giocato un ruolo di spicco operativo nel sequestro. Virtù negò ogni addebito sulla vicenda, contestando in particolare di non avere mai conosciuto né avuto rapporti di amicizia con De Pedis. Nel mese di luglio 2010 è abilitato, dal Vicariato di Roma, il sopralluogo della tomba di Enrico De Pedis presso la basilica di Sant’Apollinare.Il 14 maggio 2012, quando finalmente venne aperta la tomba di De Pedis, con grande sgomento al suo interno non si trovò nulla all’infuori delle resta del defunto.

Super teste

Infine il super teste Marco Fassoni Accetti al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pm Simona Maisto, ha raccontato di essere stato “uno dei principali telefonisti”. E di voler parlare dopo 30 anni dal fatto. In quel famoso giorno di fine giugno, a corso Rinascimento, dove la quindicenne scompare nel nulla, è proprio lui il soggetto “appostato per scattare fotografie alla BMW su cui c’era De Pedis”, incontrando nei mesi successivi “moltissime volte Emanuela, che restò a Roma fino al dicembre del 1983”.

La luce del sospetto e l’ipotesi della “congiunzione” tra i casi Gregori e Orlandi, comunque, trova fondamento anche su elementi obiettivi. Almeno due si delineano in tal senso: il primo è che sia Mirella che Emanuela avevano avuto contatti con la società Avon per promuovere cosmetici; il secondo rivela invece che entrambe le ragazze erano state ricevute da Giovanni Paolo II.

ha spiegato inoltre che ricevette i contatti di alcuni ecclesiastici i quali gli proposero di “collaborare con sacerdoti un po’ peccatori per creare situazioni da usare contro certi paesi dell’Est”. Il gruppo avrebbe proposto un intervento in qualità di “lobby di controspionaggio”, nell’ambito di presunti contrasti tra opposte fazioni vaticane, con tanto di foto ed intimidazioni su temi caldi come “la gestione dello Ior, la revisione del codice di diritto canonico, i finanziamenti a Solidarnosc e le nomine”. Il vero obiettivo sottostante all’oscuro disegno si conferma dunque quello di vincolare la Curia. Fu soltanto però con Emanuela e Mirella che si arrivò effettivamente al sequestro.

La luce del sospetto: Conclusioni arbitrarie

In entrambi i casi, ha confermato il teste, si escogitò ad hoc una trama amicale per favorire l’allontanamento volontario. Nel caso della Orlandi, davanti al Senato, avrebbe agito “una compagna di scuola, che quel giorno, sale con lei su un’auto, assieme ad un finto prelato; mentre con la Gregori successe l’imprevisto: “si innamorò di un nostro operatore”, andò all’estero e tornò una sola volta a Roma, nel 1994, per incontrare sua madre in un caravan in corso d’Italia”. Ma a confutare l’inaspettata rivelazione è intervenuta la sorella di Mirella, Antonietta Gregori, che ha definito la divulgazione “una falsità assoluta”.

Quanto a Emanuela, l’idea di fondo era quella di liberarla presto, giusto “il tempo di avere in mano la denuncia di scomparsa per esercitare pressioni”. Il piano però fallì grazie soprattutto all’appello pronunciato dal Papa al famoso Angelus del 3 luglio, responsabile di aver dato risalto mondiale al caso. “La ragazza non subì violenze, visse in due appartamenti e in due camper; le procurammo un pianoforte e la rassicuravamo dicendole che la famiglia era al corrente”. Ha continuato il teste nella deposizione choc.

Il clima ‘mite’ del rapimento tuttavia durò sino al dicembre 1983; poi, avrebbe rivelato l’uomo ai magistrati, “Il gruppo la trasferì all’estero, nei sobborghi di Parigi (…) dove potrebbe essere ancora viva; così come Mirella, ma non so dove”. La località in cui cercare la figlia del messo pontificio sarebbe Neauphle-le-Château, paese con tremila abitanti distante 40 chilometri dalla capitale francese.

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