Uno bianca

Uno bianca: la banda di terroristi con la divisa

Dal giugno del 1987 al novembre del 1994, nell’arco di sette anni e mezzo di attività criminale la banda della Uno bianca ha seminato morte. Infatti ha causato durante le sue 103 azioni criminali, 24 decessi e 102 feriti portando il terrore in cinque province.

Le trame nere della uno bianca

Capo indiscusso della banda è Roberto Savi, all’epoca assistente capo della Questura di Bologna, presso cui lavora come operatore radio. Suoi complici i fratelli Fabio, artigiano ed autotrasportatore, e Alberto poliziotto in servizio presso la Questura di Rimini. A loro, in momenti e con responsabilità diverse, si aggiungono Pietro Gugliotta operatore radio alla questura di Bologna, Marino Occhipinti vice-sovrintendente sezione narcotici di Bologna. Infine Luca Vallicelli che all’epoca dei fatti è agente scelto presso la sezione Polizia Stradale di Cesena. Iniziano con una rapina al casello autostradale di Pesaro il 19 giugno 1987 e la banda della uno bianca diventa inarrestabile. Fino al 5 Settembre 1987, in soli 47 giorni, il terzetto mette a segno 12 rapine, tutte ai danni di caselli autostradali della A14. Tuttavia la brama di ricchezza è la radice di ogni male e la razzia si diffonde a macchia di olio: Bologna, Forlì, Ravenna, Pesaro, Ancona.

Delirio razzista

Dal settembre 1987 al dicembre 1989 gli attacchi di questa banda diventano ancor più feroci e cruenti, soprattutto riguardo supermercati ed uffici postali. Il 20 Aprile 1988 a Castelmaggiore (BO) la banda attacca addirittura una volante di carabinieri causando due morti. Nel tempo i colpi messi a segno si distinguono nettamente dai precedenti in quanto estranei alle logiche di bottino. Infatti dal 1990 il gruppo intraprende una nuova linea razzista e terrorista, concentrandosi soprattutto su Bologna. Il 2 gennaio feriscono un immigrato tunisino e il 10 dicembre assaltano il campo nomadi di Santa Caterina di Quarto. Mentre il 22 dello stesso mese sparano contro dei lavavetri extracomunitari e nei giorni successivi a questi eventi sono ancor più rapaci. L’ultimo è un assalto al campo nomadi di via Gobetti, uccidono 2 persone e feriscono altrettante.

Uno bianca

La strage del pilastro

Ormai spinti dal desiderio di denaro che li guida a compiere atti brutali la banda lascia il segno più profondo. La sera del 4 maggio 1991 nel quartiere bolognese del Pilastro, i Savi attaccano una pattuglia dei Carabinieri. Malauguratamente con la sola colpa di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sotto una sparatoria impressionante muoiono tre giovanissimi militari: Otello Stefanini, Andrea Moneta, Mauro Mitilini. Ormai è un punto di nono ritorno perché nei tre anni successivi seguono un cospicuo numero di furti presso banche. Ciononostante l’ultima rapina è il 21 Ottobre 1994 a Bologna, quando sono scoperti ed arrestati da due poliziotti riminesi: Luciano Baglioni e Pietro Costanza. Arrestati, processati e condannati ricevono: tre ergastoli i fratelli Savi, ergastolo a Marino Occhipinti, 28 anni di carcere per Pietro Gugliotta. Ed infine a Luca Vallicelli, componente minore della banda, è patteggiata una pena di 3 anni e 8 mesi.

Una storia ancora da chiarire

Molto è stato detto e scritto su questa vicenda criminale che, sebbene giunta ad una verità giudiziaria definitiva, conserva ancora ombre scure. Risulta comunque un caso unico nella storia del nostro Paese perché i suoi componenti sono, tranne uno, tutti membri della polizia di Stato. Le domande sono ancora molte, ad esempio come si concilia l’immagine di banda criminale dedita al bottino gli assalti ai lavavetri, ai campi rom? Come è possibile che questo gruppo nel giro di poco tempo passa da dilettanteschi furti a caselli autostradali a sofisticati assalti a furgoni portavalori? Oppure dietro i Savi c’è un livello oscuro ma potente di forze e intelligenze che li hanno coperti per sette lunghi anni. Probabilmente c’è ancora tanto da scoprire sulla uno bianca e su altre storie nere italiane come la vicenda criminale del gruppo Ludwig.

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