La parete assassina del Monte Eiger

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La parete assassina
Monte Eiger - la vetta

Svizzera. La chiamano la Parete assassina, perché è considerata tra le montagne più pericolose sulla terra.

Nonostante il monte non raggiunga nemmeno i 4000 metri, (3967 m s.l.m. per l’esattezza), è tra quelle che registra più tragedie nel corso della storia. Situato nella regione montuosa dell’Oberland, insieme a Mönch e Jungfrau forma una triade famosa e “ghiotta” per il mondo alpinistico.

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La via normale (che in termini tecnici denota la salita più facile) si sviluppa sul versante occidentale. La parte Nord, più a rischio, misura 1600 m di dislivello. Il verticalismo che contraddistingue la parete l’ha resa per anni inaccessibile. Infatti, è stata – ed è – ossessione dei più grandi alpinisti; ma soprattutto rappresenta una sfida sia per la sua pericolosità sia per sfatare il mito dell’insuccesso.

La spigolosa montagna, è attraversata da un tunnel della ferrovia, attiva dal 1838, la Jungfraubahn, a scartamento ridotto, cioè con una misura inferiore a quella ordinaria pari a 1435 m, a corrente trifasica (un sistema combinato di 3 circuiti a corrente alternata con la stessa frequenza).

La parete assassina
Svizzera-montagne-grindelwald-eiger – La parete assassina

La parete assassina: le salite epiche

La prima scalata fu compiuta nel 1858 dall’alpinista irlandese Charles Barrington. Con lui c’erano Christian Almer e Peter Bohren.

I primi scalatori, impiegarono ben 3 giorni e poi, di seguito 18 ore per salire sulla parete Nord; era il 1950 e gli alpinisti erano Leo Forstenlechner ed Erich Wascak. Nel 1963, Michel Darbellay impiegò lo stesso tempo.

Poi, nel 1974 Peter Habeler e Reinhold Messner la completarono in 10 ore e questo risultato, negli anni, risultò la migliore prestazione mai realizzata da un team in cordata classica.

Anche se, i tempi e gli esiti positivi nel corso della storia, migliorarono di netto, raggiungendo 6 novembre 2015 il primato assoluto con l’ascesa di Ueli Steck, svizzero, con il miglior tempo assoluto pari a 2 ore e 22 minuti. Lo stesso Steck che il 21 febbraio 2007 e poi il 13 febbraio 2008, riuscì in una vera impresa mantenendo un tempo dapprima di 3 ore e 54 minuti e poi di 2 ore, 47 minuti e 33 secondi.

Lo svizzero, fu intervallato solo da Dani Arnold, anche lui svizzero, in data 20 aprile 2011 salendo in 2 ore, 28 minuti.

Ma la scia alpinistica di coloro che tentarono l’ascesa dell’Eiger è davvero lunga. Tra successi e insuccessi, spaziati anche da diverse tragedie, il monte ha davvero di che raccontare.

La storia e le disfatte

La via fu aperta solo nel 1938 e, da questa data, fu anche tributo di diverse vite umane. Il monte Eiger “non perdona” come sostiene ironicamente qualcuno, il motivo principale è che presenta delle pareti molto scoscese.

I tentativi di scalare l’insidiosa parete Nord furono diversi e, troppo spesso, riportarono notizie davvero tragiche, proprio perché la verticalità, la quota altimetrica più le varie difficoltà di carattere ambientale e climatico rende la sua esposizione, una sorta di mix di pericolosità. Basti pensare che, maggiormente in estate, quelle che sono le ampie zone di neve perenne e ghiaccio, subiscono, a causa delle temperature il disgelo e dunque numerose valanghe, frane con conseguenti scariche di pietre.

Fino agli anni Trenta, nessuno si era mai azzardato a scalare il monte. Però già nel 1934 ci fu la prima cordata, che si fermò a quota 2900 m, ma si ritirò. L’anno dopo, da parte di una cordata tedesca, gli alpinisti Karl Mehringer e Max Sedlmeyer, raggiunsero i 3300 m, ma la loro impresa si rivelò drammatica. Nel tentativo di rifugiarsi dal maltempo, rimasero bloccati nella parete e morirono. Il sito oggi è denominato “bivacco della morte”.

Una parete spietata

Siamo già nel ’36 quando Andreas Hinterstoisser e Toni Kurz (tedeschi) incrociarono in cordata Willy Angerer e Edi Rainer (austriaci). Gli alpinisti, decisero di collaborare unendo gli sforzi nel tentativo di raggiungere la cima. Purtroppo, nonostante Hinterstoisser riuscì a superare il passaggio chiave della via, l’austriaco Angerer – che si era unito al suo team – restò ferito alla testa a causa di una frana. Ad ogni modo, i 4 tentarono lo stesso di proseguire ma, la salita s’interruppe bruscamente 4 giorni dopo. Angerer era grave e a questo si unì il peggioramento delle condizioni meteo.

Decisero di ritirarsi, ma non fecero in tempo; pensarono di fare meglio prendendo la via diretta, ma poco prima della fine della calata, il gruppo venne travolto da una valanga. Angerer e Rainer morirono sul colpo.

Toni Kurz, nonostante i tentativi di soccorso da parte di una squadra di salvataggio, non riuscì, sfinito, a sopravvivere. Hinterstoisser, morto anche lui sul colpo, presta il nome alla Traversata (traversata Hinterstoisser) entrando, suo malgrado nella storia.

Anche l’Italiano Bortolo Sandri con Mario Menti di Valdagno, tentarono l’arrampicata. Morirono cadendo in prossimità della “fessura difficile”, nella parte bassa della parete (1938).

Nel corso degli anni, le arrampicate furono diverse, tutte registrarono successi, insuccessi, rinunce. E le ripetizioni, sulle orme d’imprese eroiche – ma anche per emulare chi ce l’aveva fatta – restano diverse.

La parete assassina – La parete assassina

Una conclusione disumana: la grande tragedia del 1957

Claudio Corti e Stefano Longhi, lecchesi, tentarono la scalata della Parete Nord. Secondo le fonti, non erano pratici della zona e commisero alcuni errori, che gli furono fatali. Sbagliarono l’attacco della via e procedettero piuttosto lentamente. Al terzo giorno, una cordata tedesca, formata da Gunther Nothdurft e Franz Mayer li raggiunse, e si accordarono per continuare insieme l’ascesa. I tedeschi persero le provviste e decisero di tentare mirando direttamente alla vetta ma Nothdurft iniziò ad avere problemi di salute così tornarono all’idea di partenza e procedere lentamente.

Purtroppo, li colpì il maltempo e all’ottavo giorno Longhi asserì di avere le mani congelate e scivolò su una sporgenza (cengia). Non ci fu modo, da parte dei compagni, di farlo risalire così continuarono senza di lui lasciandogli comunque di che sopravvivere. Superato il Ragno Bianco, Claudio Corti fu centrato in pieno da una frana, precipitando per 20 m circa.

Fu lasciato su un’altra cengia, nella tenda da bivacco dei due tedeschi che, raggiunta la cima intendevano poi scendere a valle per cercare aiuto.

Corti fu tratto in salvo da una squadra partita dagli osservatori del rifugio della Kleine Scheidegg, che avevano tenuto d’occhio sin dall’inizio, l’ascesa degli alpinisti. Purtroppo, Stefano Longhi, morì il giorno successivo perché non fu salvato in tempo a causa delle condizioni meteo. Il suo corpo, restò appeso alle corde del monte Eiger per ben 2 anni. Era il 1959.

I cadaveri dei tedeschi Nothdurft e Mayer le cui tracce erano andate perse, furono ritrovati 1961. Si suppone che, raggiunta la vetta, morirono per sfinimento durante la discesa.

Il fallimento, le difficoltà e la scia di morti causata dal tentativo di compiere quest’ascensione, è narrata in un libro dal titolo Parete Nord”, di Heinrich Harrer.

L’ascensione alla vetta oggi è possibile da vari versanti:

Quello ovest che fu scalato per la prima volta nel 1858 ed è a tutt’oggi considerata la salita più facile; poi ci sono passaggi su roccia fino al terzo grado e passaggi sul ghiaccio; il tempo di percorrenza in salita è valutato in 6 ore circa. Molto difficile invece è la percorrenza via lauber sul versante Nordest a causa di un dislivello di 1700 m.

La via mista tra roccia e ghiaccio con passaggi fino al quarto grado rende il tempo di percorrenza pari a 18 ore. Diversamente per la parete Nord; l’itinerario, infatti, è considerato ancora oggi estremamente difficile con passaggi su roccia fino al quinto grado e tratti che comportano scalate artificiali e pendii ghiaccianti fino a 60 gradi. Anche se, la salita in questo caso dipende dalla bravura dello scalatore.

Le origini del nome

Il nome EIGER è molto antico stando a un documento di compravendita del 1252, che riporta la frase “ad montem qui nominatur Egere”.

Invece, alcuni sostengono che l’origine, derivi dal nome del primo colono che arrivò ai piedi del monte. Altre fonti sostengono che la parola “eiger”, derivi dal latino “Acer” rivisitato in francese “aigu”, che significa acuto e appuntito, con chiaro riferimento alla montagna.

In ultimo, c’è chi sostiene che derivi dall’antica ortografia tedesca, ovvero dalla parola dialettale “hej ger” che significa “alta lancia”, un nome chiaramente ispirato alla forma appuntita del Monte.

Nonostante le ombre che aleggiano intorno all’Eiger, la parete assassina resta come una Salomè, seducente e mortale per chiunque decida di sfidare le sue leggi.

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