Caso Emanuela Orlandi: cosa successe il 22 giugno 1983?
Roma, 22 giugno 1983. Il sole scivola tra i palazzi, accarezza le cupole e si riflette sulle vetrine di Corso Rinascimento. L’aria è densa, ferma, e sembra trattenere il respiro, come se sapesse che qualcosa sta per accadere. Emanuela Orlandi esce dal Vaticano con passo leggero, percorre un sentiero familiare, il flauto nella borsa, con le amiche, Raffaella Monzi e Maria Grazia Casini, e la mente già proiettata verso la lezione di canto. È una giornata come tante, eppure – come accade nei misteri più profondi – la normalità è solo un velo sottile, pronto a strapparsi.

Caso Emanuela Orlandi: la telefonata che diventa un presagio
Quel giorno, Emanuela esce di casa sbattendo la porta. Aveva chiesto al fratello, Pietro, di accompagnarla ma lui, avendo preso un impegno, non poté farlo. Va via infastidita. Pietro non la vedrà mai più. Dopo la lezione, Emanuela entra in una cabina telefonica. Il vetro è appannato dal caldo, la cornetta tiepida. Chiama casa. parla con la sorella, Federica. La voce è quella di sempre, ma le parole no. Racconta di un uomo che l’ha avvicinata poco prima, e di una proposta di lavoro inattesa: un compenso alto per promuovere cosmetici Avon durante una sfilata di moda. Un’offerta che suona come un sogno, ma che nasconde un’ombra. Federica, dice ad Emanuela di tornare a casa per parlarne con i genitori.
Un presentimento
A distanza di anni, quella telefonata diventa un presagio. Un frammento di verità che nessuno ha saputo leggere in tempo. Le indagini successive lo confermeranno: non esiste alcuna campagna Avon. Quella proposta non è un’occasione. È un’esca. Un contatto studiato. Un aggancio.
Emanuela esce dalla cabina e si incammina verso casa. Il traffico vibra, le voci si mescolano, la città continua a vivere come se nulla fosse. Ma qualcuno la osserva. Le ultime testimonianze la collocano davanti al Senato, mentre parla con un uomo accanto a una berlina scura. È alto, magro, stempiato, con una valigetta. Non ha fretta, non ha paura. Sembra perfettamente a suo agio nel ruolo di chi non deve essere ricordato.
Nonostante gli identikit, quell’uomo non è mai stato identificato. È la chiave di tutto, e allo stesso tempo un fantasma: presente solo per un istante, abbastanza per essere visto, troppo poco per essere afferrato. Emanuela si allontana. La città la inghiotte. E da quel momento, il silenzio.
Una figura incerta
Le amiche di Emanuela, raccontano di averla vista parlare con una ragazza, una compagna di scuola, riccia e con i capelli neri, una figura che almeno nelle prime battute resta incerta. In un primo momento si ipotizzò che potesse essere Laura Casagrande, compagna di scuola con capelli scuri e ricci. La Casagrande, però, escluse subito questa possibilità: raccontò che quel pomeriggio percorse corso Rinascimento con Emanuela qualche passo dietro di lei, insieme alla Casini e alla Monzi. Disse anche che, voltandosi una seconda volta verso la fine del corso per controllare se Emanuela fosse ancora dietro, non la vide più — probabilmente perché la ragazza si era fermata alla fermata dell’autobus 70. Per questo motivo, secondo la Casagrande, non avrebbe potuto trovarsi accanto alla Orlandi né parlarle davanti alla fermata.
Un elemento poco approfondito nelle indagini riguarda invece quanto riferito dalla Casini il 22 luglio 1983 alla Squadra Mobile. La studentessa raccontò che, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa, la direttrice della scuola, suor Dolores, era riuscita a identificare la misteriosa allieva e l’aveva anche interrogata. La suora avrebbe organizzato un confronto diretto tra la Casini e quella ragazza. Nonostante ciò, gli investigatori non chiesero mai alla religiosa il nome dell’allieva, lasciando la sua identità non registrata negli atti ufficiali.
Nessuna identità.
Secondo quanto riportato nel verbale della Casini, la ragazza sconosciuta avrebbe dichiarato che, dopo che la Casini e la Monzi salirono sull’autobus, lei ed Emanuela proseguirono insieme lungo corso Rinascimento in direzione di corso Vittorio Emanuele II, per poi separarsi. Questo dettaglio è rilevante perché quel giorno Emanuela, terminata la scuola, avrebbe dovuto dirigersi verso Castel Sant’Angelo, dove aveva appuntamento con alcuni amici e con la sorella Maria Cristina, per poi rientrare insieme in Vaticano. Invece di muoversi verso nord, come previsto, si sarebbe quindi spostata verso sud.
La Casini affermò di non ricordare il nome della ragazza incontrata dalla suora, poiché non la conosceva. Nei due interrogatori successivi di suor Dolores, sorprendentemente, nessuno le chiese mai di fornire l’identità dell’allieva, lasciando questo punto irrisolto nelle indagini.
Le ricerche
Quando Emanuela non rientra, Ercole Orlandi si muove subito. Prende con sé il figlio Pietro e setaccia la scuola, le strade vicine, ogni luogo in cui la ragazza potrebbe essersi fermata. La preside fornisce i contatti delle compagne e li invita ad aspettare prima di coinvolgere la polizia. Ercole però non aspetta: entra al commissariato Trevi e chiede aiuto. Gli agenti lo rassicurano, dicendo che Emanuela potrebbe essersi trattenuta con amici. La famiglia formalizza comunque la scomparsa il mattino seguente, 23 giugno, all’Ispettorato di pubblica sicurezza “Vaticano”, grazie alla sorella Natalina.
Nello stesso giorno, Pietro Meneguzzi, il cugino e Andrea Ferraris, fidanzato di Natalina, decidono di raggiungere la zona del Senato, l’ultimo punto in cui qualcuno ha visto Emanuela. Le telecamere non funzionano, così i due cercano testimoni. Parlano con l’agente Bruno Bosco e con il vigile Alfredo Sambuco, entrambi presenti il pomeriggio precedente. I due uomini raccontano di aver notato una ragazza somigliante a Emanuela mentre parlava con un uomo seduto al volante di una BMW Touring. Descrivono l’uomo con precisione inquietante: elegante, 35‑40 anni, snello, stempiato, una valigetta o una borsa. Bosco aggiunge un dettaglio: l’uomo stringeva un oggetto rigido, forse un tascapane.
Un incontro fugace, un’immagine che si incastra nel mosaico della scomparsa. E da quel momento, la pista dell’uomo della BMW diventa una delle prime ombre che si allungano sul caso Orlandi.
Dichiarazioni incongruenti
Il colore dell’auto, però, cambiò più volte nelle varie dichiarazioni: inizialmente indicata come scura o blu, fu poi descritta come verde chiaro, successivamente come bicolore (verde o arancione con parte superiore nera), e infine come scura metallizzata in un’intervista del 1993. Questa incoerenza rese difficile attribuire un’identificazione precisa al veicolo. Il 24 giugno, i quotidiani Il Tempo e Il Messaggero pubblicarono la notizia della scomparsa con una foto della ragazza e i numeri da contattare. La prima magistrata incaricata del caso fu Margherita Gerunda, che inizialmente concentrò le indagini su una possibile pista di natura sessuale.
Le telefonate di “Pierluigi” e “Mario”
Il 25 giugno la famiglia Orlandi ricevette una chiamata da un giovane che si presentò come “Pierluigi”. Raccontò di aver incontrato a Campo de’ Fiori due ragazze: una diceva di chiamarsi Barbara, vendeva cosmetici, portava con sé un flauto e si vergognava di indossare gli occhiali, preferendo un modello Ray‑Ban. Tre ore dopo richiamò aggiungendo che gli occhiali erano “a goccia” per l’astigmatismo. Rifiutò però di incontrare la famiglia o di mettere in contatto la presunta fidanzata. I dettagli sembrarono credibili perché Emanuela era astigmatica, suonava il flauto e non amava portare gli occhiali.
Il 26 giugno, in una nuova telefonata, “Pierluigi” disse di avere 16 anni e di trovarsi al mare con i genitori. Aggiungeva che “Barbara” avrebbe suonato il flauto al matrimonio della sorella previsto per settembre. Anche questa informazione coincideva con la realtà: la sorella di Emanuela, Natalina, si sarebbe sposata proprio a settembre. Tuttavia il ragazzo continuò a evitare qualsiasi incontro. Le indagini verificarono che un vero amico di Emanuela di nome Pierluigi M. era in quei giorni a Ladispoli, ma risultò estraneo: essendo cittadino vaticano, non avrebbe potuto ignorare che anche gli Orlandi lo fossero, rendendo incoerente la domanda “Sei un sacerdote?” fatta al telefono.
Da quel momento la famiglia fu invitata a registrare tutte le chiamate.
Il 28 giugno telefonò un altro uomo, che si presentò come “Mario”, proprietario di un bar vicino a piazza dell’Orologio. Con forte accento romano disse di voler chiarire un riferimento apparso sui giornali riguardo a un venditore di cosmetici. Parlò di un suo conoscente che viveva con due ragazze, una straniera e una più giovane che si faceva chiamare “Barbarella”. Secondo Mario, la ragazza gli aveva confidato di essersi allontanata volontariamente da casa e di voler tornare per il matrimonio della sorella a settembre. Anche qui i dettagli coincidevano con la situazione di Emanuela: il matrimonio di Natalina e il saggio di canto del 30 giugno, che la ragazza avrebbe dovuto saltare.
Durante la telefonata, quando fu chiesto a Mario l’aspetto della giovane, l’uomo esitò. In sottofondo si udì una seconda voce che suggeriva “No, de più” quando lo zio propose l’altezza di Emanuela. Mario si limitò a dire che la ragazza era “bell’altina”, lasciando intuire che non fosse solo mentre parlava e che forse un altro uomo avesse visto la ragazza.
Giulio Gangi e del SISDe e il caso Emanuela Orlandi
Prima ancora dell’intervento ufficiale dei servizi segreti, avvenuto solo il 6 luglio, la famiglia Orlandi coinvolse Giulio Gangi, 22 anni, da poco entrato nel SISDe e amico dei cugini della ragazza. Gangi conosceva già gli Orlandi per aver trascorso con loro l’estate precedente a Torano. Nei primi giorni agì di propria iniziativa, senza incarichi formali, convinto che Emanuela potesse essere finita in un circuito di sfruttamento. Nel 1984 venne allontanato dalle attività investigative e, anni dopo, gli furono mosse critiche per comportamenti considerati impulsivi e potenzialmente dannosi per le indagini. I magistrati vennero informati del suo coinvolgimento solo nel 1993, dieci anni dopo.
Durante la seconda inchiesta del 2008, Gangi raccontò di aver individuato nei primi giorni una BMW Touring verde tundra, simile a quella segnalata dal vigile Bosco. L’auto, priva di documenti, era in riparazione presso un meccanico della zona di piazza Vescovio. Era stata portata da una donna bionda e presentava la rottura del finestrino anteriore destro, con un danno che sembrava provenire dall’interno verso l’esterno. Gangi rintracciò la donna in un residence alla Balduina, ma questa non collaborò. Al rientro in ufficio scoprì che i suoi superiori erano stati informati del suo intervento, nonostante avesse usato identità di copertura e un’auto con targa fittizia.
Terrorismo internazionale: l’attentato al papa e la figura de “l’Americano”
Il 3 luglio 1983, durante l’Angelus, Giovanni Paolo II citò pubblicamente la scomparsa di Emanuela Orlandi, esprimendo vicinanza alla famiglia e invitando chiunque fosse coinvolto a rispettare la vita della ragazza. Fu il primo riconoscimento ufficiale dell’ipotesi di un rapimento.
Due giorni dopo, il 5 luglio, alla sala stampa vaticana arrivò una telefonata da un uomo con forte accento anglosassone, soprannominato dai media “l’Americano”. Sosteneva di avere Emanuela e collegava la vicenda a Mehmet Ali Ağca, l’attentatore del Papa, chiedendo la sua liberazione entro il 20 luglio. Citava anche “Pierluigi” e “Mario”, i misteriosi telefonisti dei giorni precedenti. Da qui nacque l’ipotesi di un coinvolgimento dei Lupi Grigi, gruppo estremista turco responsabile di violenze e attentati.
Un’ora dopo, l’uomo chiamò direttamente la famiglia Orlandi. Lo zio Mario Meneguzzi ascoltò un nastro con la voce di una ragazza dall’accento romano che pronunciava frasi frammentarie su scuola, età e un possibile trasferimento a Santa Marinella, località dove gli Orlandi trascorrevano spesso le vacanze. Alla fine della registrazione si sentiva un brano di Domenico Modugno. Non fu mai stabilito con certezza se la voce fosse davvero quella di Emanuela.
Il 6 luglio, un cronista dell’ANSA trovò in un cestino una busta gialla con la fotocopia della tessera della scuola dove Emanuela prendeva lezioni e una ricevuta. Sulla fotocopia compariva una frase firmata con la grafia riconosciuta dai familiari.
L’8 luglio, un uomo con inflessione mediorientale telefonò a Laura Casagrande, compagna di conservatorio di Emanuela, dicendo che la ragazza era nelle loro mani e chiedendo una linea diretta con il cardinale Agostino Casaroli. La Casagrande spiegò che lei ed Emanuela si erano scambiate i numeri proprio il giorno della scomparsa.
Nel frattempo, Ağca, detenuto in Italia, dichiarò di non avere alcun ruolo nel caso e condannò il rapimento.
In totale, Giovanni Paolo II intervenne pubblicamente otto volte per chiedere la liberazione di Emanuela.
Il 17 luglio, vicino alla sede dell’ANSA, venne trovata una audiocassetta: ribadiva la richiesta di scambio con Ağca e conteneva la voce di una ragazza che implorava aiuto. Padre e zio di Emanuela dissero di riconoscerla. Poco dopo, però, gli inquirenti sostennero che la voce provenisse da un film pornografico.
L’ex agente DIGOS Antonio Asciore, che ascoltò per primo il nastro, affermò anni dopo che la versione consegnata alla famiglia non era quella originale: secondo lui mancavano alcune parti, tra cui voci maschili, presenti nella prima trascrizione ufficiale. Questo alimentò il sospetto che la cassetta resa pubblica fosse manipolata.
Nella versione diffusa nel 2016, una frase — «meglio che mi lasci dormire adesso» — appare incompatibile con un contesto pornografico, mettendo in discussione la spiegazione fornita all’epoca e rafforzando l’ipotesi che la voce potesse essere davvero quella di Emanuela.

Mirella Gregori: dalla sparizione alla pista “politica”
Il 18 luglio venne attivata la linea telefonica richiesta dai presunti rapitori. Nei giorni successivi, l’uomo noto come “l’Americano” tornò a chiamare, chiedendo che il messaggio contenuto nel nastro fosse reso pubblico e che lo zio di Emanuela si informasse presso il cardinale Agostino Casaroli su un precedente colloquio. A fine mese, la magistrata Margherita Gerunda fu sostituita da Domenico Sica, esperto di terrorismo internazionale. Gerunda, anni dopo, interpretò la sua rimozione come un segnale della volontà di spingere l’indagine verso la pista del rapimento politico legato ad Ali Ağca.
Dal 22 luglio, la famiglia Orlandi — e poco dopo anche quella di Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983 — si affidarono all’avvocato Gennaro Egidio, così che le telefonate non arrivassero più alle abitazioni ma direttamente al suo studio. Egidio tentò di instaurare una trattativa con “l’Americano”, chiedendo prove dell’esistenza in vita delle due ragazze, che però non furono mai fornite. Rimase sempre poco chiaro chi avesse incaricato Egidio e chi avesse pagato le sue parcelle. Gli Orlandi sostennero che fosse stato il SISDe, in particolare Gianfranco Gramendola, che però negò.
Caso Emanuela Orlandi: dall’83 al 2024
Gli Orlandi dichiararono di non aver mai pagato il legale, mentre la famiglia Gregori riferì di essersi indebitata per coprire i costi. Nel 2024, Maria Antonietta Gregori confermò che i servizi segreti avevano suggerito Egidio, ma che il trattamento economico riservato alle due famiglie era stato molto diverso.
Il 4 agosto 1983, all’ANSA di Milano arrivò un comunicato firmato da un gruppo fino ad allora sconosciuto: il Fronte di Liberazione Turco Anticristiano “Turkesh”. Il messaggio ribadiva la richiesta di liberare Ağca e conteneva numerosi dettagli sulla vita privata di Emanuela, elementi che sembravano autentici. Nello stesso comunicato compariva anche il nome di Mirella Gregori, con la promessa di liberarla in cambio di informazioni. Da quel momento, i due casi vennero considerati collegati.
In ottobre 1983, Turkesh dichiarò di detenere entrambe le ragazze e chiese un intervento pubblico del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che il 20 ottobre rivolse un appello per la loro liberazione.
Nei mesi successivi si alternarono le telefonate dell’Americano e i comunicati di Turkesh, senza che fosse mai chiarito se fossero collegati o se uno dei due mentisse. In totale, l’Americano fece 16 telefonate, tutte da cabine, mentre Turkesh diffuse sette comunicati tra il 1983 e il 1985. Nessuno dei due fornì prove reali dell’esistenza in vita di Emanuela o della loro effettiva responsabilità.
Il 27 novembre 1985 arrivò all’ANSA l’ultimo messaggio, il “Komunicato XXX”, contenente nuovi dettagli sulla vita della ragazza e una frase finale che annunciava che Emanuela “non sarebbe tornata più”. Dopo quel comunicato, non arrivò più alcuna rivendicazione.
Chiusura della prima indagine ufficiale e interferenze estere e operazioni di intelligence
Il 19 dicembre 1997, dopo quattordici anni senza nuovi elementi, la giudice Adele Rando dispose l’archiviazione del caso Orlandi. Nella decisione, la pista del terrorismo internazionale venne definita un depistaggio, mentre il collegamento con la scomparsa di Mirella Gregori fu giudicato un accostamento strumentale e privo di fondamento. Nel 2008, l’ex ufficiale della Stasi Günter Bohnsack raccontò che i servizi segreti della Germania Est avevano sfruttato il caso Orlandi per inviare false comunicazioni a Roma, allo scopo di rafforzare la tesi che collegava Ağca ai Lupi Grigi. L’obiettivo, secondo lui, era proteggere la Bulgaria dalle accuse di complicità nell’attentato al Papa. L’operazione, chiamata Papst, sarebbe stata ordinata direttamente dal KGB.
Le dichiarazioni di Ağca negli anni
Il 2 febbraio 2010, Pietro Orlandi incontrò Mehmet Ali Ağca, che propose una sua versione del caso: secondo lui, Emanuela sarebbe stata rapita nell’ambito di un complotto interno al Vaticano. Citò anche il cardinale Giovanni Battista Re come persona informata dei fatti e sostenne che la ragazza fosse viva, forse nascosta in un convento tra Francia e Svizzera.
La registrazione dell’incontro fu poi diffusa da Chi l’ha visto?, con il nome del cardinale oscurato. Pietro Orlandi dichiarò di aver parlato con Re, che negò ogni coinvolgimento. Negli anni, Ağca ha continuato a sostenere — spesso in modo contraddittorio — che il rapimento sarebbe collegato al Terzo Segreto di Fatima, che Emanuela non avrebbe subito violenze e che potrebbe tornare “se il Vaticano lo volesse”. Ha ribadito questa posizione anche nel 2022, durante una puntata di Atlantide.

Segnalazioni anonime e l’ombra della criminalità romana: la banda della Magliana
L’11 luglio 2005, alla redazione di Chi l’ha visto? arrivò una telefonata anonima: l’interlocutore sosteneva che per capire la vicenda Orlandi bisognava guardare alla cripta di Sant’Apollinare e al “favore” fatto al cardinale Ugo Poletti. La segnalazione portò alla scoperta che nella cripta era sepolto Enrico De Pedis, detto Renatino, figura di spicco della Banda della Magliana. La sepoltura, insolita per un criminale, era stata autorizzata dal cardinale Poletti su richiesta del rettore della basilica, don Piero Vergari, amico personale di De Pedis.
Il 20 febbraio 2006, il pentito Antonio Mancini dichiarò di aver riconosciuto nella voce del misterioso “Mario” — uno dei telefonisti del 1983 — quella di Libero Angelico, detto Rufetto, appartenente alla fazione di De Pedis. Le indagini ufficiali non confermarono questa identificazione, ma la pista della Banda della Magliana entrò per la prima volta nel quadro investigativo.
Nella versione integrale della telefonata anonima del 2005, l’uomo aggiungeva un altro dettaglio: invitava a chiedere informazioni al barista di via Montebello, alludendo con ogni probabilità al bar della famiglia Gregori, situato tra via Volturno e via Montebello. La chiamata si chiudeva con un’accusa diretta alla famiglia Orlandi: «I genitori di Emanuela sanno tutto. Però siccome siete omertosi non direte niente».
Le rivelazioni di Sabrina Minardi: un racconto controverso
Nel 2006, la giornalista Raffaella Notariale raccolse la testimonianza di Sabrina Minardi, ex compagna di Enrico De Pedis, che sostenne che il boss della Banda della Magliana fosse coinvolto nel rapimento di Emanuela Orlandi. Minardi affermò di aver partecipato personalmente al trasferimento della ragazza nei giorni successivi alla scomparsa.
Secondo il suo racconto, Emanuela sarebbe stata spostata più volte: prima in una casa della famiglia Minardi a Torvaianica, assistita da una donna chiamata Adelaide, poi in un appartamento di via Antonio Pignatelli a Monteverde, proprietà di Daniela Mobili, dotato di un grande sotterraneo. Gli inquirenti verificarono l’esistenza del sotterraneo nel 2008, senza trovare tracce della ragazza. Minardi indicò anche la governante Teresina come figura coinvolta nella gestione del nascondiglio.
Minardi raccontò inoltre di aver prelevato Emanuela in un bar del Gianicolo e di averla accompagnata, in stato confusionale, al benzinaio del Vaticano. Qui, secondo lei, un uomo dall’aspetto ecclesiastico avrebbe preso la ragazza in consegna. Il trasferimento sarebbe avvenuto a bordo di una BMW, ritrovata nel 2008 dal giornalista Antonio Parisi in un parcheggio di Villa Borghese: l’auto risultava appartenuta prima a Flavio Carboni e poi a un membro della Banda.
Le accuse verso ambienti vaticani
Minardi sostenne che De Pedis avrebbe agito su ordine di monsignor Paul Marcinkus, allora presidente dello IOR, come parte di un presunto “gioco di potere”. Dichiarò anche di aver consegnato più volte borse piene di denaro a Marcinkus e di aver accompagnato giovani donne in un appartamento vicino al Vaticano. Alcune analisi del SISDE dell’epoca suggerivano che il misterioso telefonista “Americano” potesse avere profilo culturale e linguistico compatibile con un ecclesiastico di area anglosassone, ma nessuna prova concreta confermò questa ipotesi.
Con il passare del tempo, le dichiarazioni di Minardi divennero sempre più contraddittorie: cambiò più volte la versione sulla sorte di Emanuela, indicò luoghi incompatibili con le date, coinvolse persone già morte o detenute all’epoca dei fatti e fornì dettagli impossibili da verificare. Alcune intercettazioni mostrarono che lei stessa ammetteva di avere ricordi confusi, aggravati dall’abuso di droghe in quel periodo. Per questi motivi, la Procura dichiarò Minardi una testimone inattendibile.
La pubblicazione dei verbali suscitò una dura reazione da parte della Santa Sede. Il portavoce padre Federico Lombardi parlò di mancanza di rispetto verso la famiglia Orlandi e definì “infamanti” le accuse rivolte a Marcinkus, ormai deceduto e impossibilitato a difendersi.

Indagini e segnali interni alla banda
Diverse testimonianze raccolte tra il 2007 e il 2011 suggerirono che alcuni esponenti della Banda della Magliana potessero aver avuto un ruolo nel rapimento di Emanuela. Antonio Mancini riferì che in carcere si diceva che la ragazza fosse stata presa “da uno dei nostri”, mentre Maurizio Abbatino confermò di aver sentito confidenze simili. Nel 2008 alcuni amici di Emanuela riconobbero nelle foto dei membri della Banda tre nomi: Marco Sarnataro, Sergio Virtù e Angelo Cassani, ricordando che pochi giorni prima della scomparsa avevano avuto l’impressione di essere seguiti.
Il padre di Sarnataro dichiarò che il figlio gli aveva confessato di aver prelevato Emanuela, ma la sua versione presentava contraddizioni e fu ritenuta inattendibile. Virtù venne indagato nel 2010, anche a causa di un’intercettazione in cui accennava a un coinvolgimento, ma fu prosciolto nel 2015. Un’intercettazione ambientale del 2010, considerata più credibile, mostrò Giuseppe De Tomasi mentre parlava della sepoltura della ragazza a Torvaianica, ma non fu mai convocato per chiarire. Nel 2011 si ipotizzò che De Tomasi potesse essere il telefonista “Mario”, senza però prove definitive.
Ipotesi sul movente: denaro, coperture e piste sessuali
Una delle teorie più discusse accusa direttamente la Banda della Magliana di aver ricattato il Vaticano. Il giudice Rosario Priore sostiene che il gruppo criminale abbia sequestrato Emanuela per recuperare denaro “sporco” che, attraverso il Banco Ambrosiano, era finito nelle casse dello IOR prima del fallimento del 1982. Antonio Mancini e Maurizio Abbatino rafforzano questa ipotesi: collegano il rapimento alle morti di Michele Sindona e Roberto Calvi, come se tutto facesse parte di un’unica catena di vendette e pressioni. Nonostante ciò, gli investigatori non trovano mai prove concrete che confermino questo scenario.
Parallelamente, altre piste trascinano la vicenda dentro ambienti sessuali legati al Vaticano. Un’informazione anonima descrive un decesso accidentale durante un incontro privato al Gianicolo. Padre Gabriele Amorth ipotizza festini che coinvolgono membri del clero e personale diplomatico. Vincenzo Calcara racconta di una morte avvenuta in un contesto di sesso e droga. Un’amica di Emanuela rivela che la ragazza le aveva confidato di essere stata “infastidita pesantemente” da una persona vicina al Papa. Nel 2022 una registrazione riporta Marcello Neroni mentre afferma che De Pedis avrebbe agito su richiesta di qualcuno dentro il Vaticano per coprire uno scandalo sessuale. Anche la pista internazionale che collega alcune lettere a Boston viene considerata, ma gli inquirenti la scartano come inverosimile. Nonostante la forza narrativa di queste ipotesi, nessuna di esse trova riscontri investigativi. Tutte restano sospese, come ombre che sfiorano la verità senza mai afferrarla.
L’ipotesi del predatore seriale e le auto‑accuse di Accetti
Negli anni 2000, alcuni studiosi ipotizzarono che Emanuela Orlandi e Mirella Gregori potessero essere vittime di un serial killer attivo a Roma negli anni ’80, responsabile di una serie di omicidi femminili con caratteristiche simili. L’uomo sarebbe lo stesso che aveva adescato Emanuela con la scusa di un lavoro per la Avon, modalità già riscontrata in altri casi. Nel 2013, il fotografo Marco Fassoni Accetti si autoaccusò di aver partecipato alla scomparsa di entrambe le ragazze. Disse di aver impersonato i telefonisti “Mario” e “l’Americano”, e fece ritrovare un flauto che la famiglia Orlandi ritiene autentico.
Accetti racconta che lui e altri membri del gruppo avrebbero convinto Emanuela Orlandi e Mirella Gregori ad allontanarsi da casa per qualche giorno, inserendole — consapevoli o meno — in uno scontro interno al Vaticano. Secondo lui, il mancato rientro delle due ragazze non nasce da un piano, ma da complicazioni impreviste che avrebbero fatto deragliare l’operazione.
Accetti lega la vicenda Orlandi‑Gregori al “Giallo dei Sibillini”, sostenendo che un gruppo di laici e religiosi voleva colpire lo IOR e ostacolare la politica anticomunista di Giovanni Paolo II. In questa versione, le due adolescenti diventano pedine di una strategia più ampia, un tentativo di pressione che si sarebbe intrecciato con altri episodi oscuri dell’epoca.
La sua credibilità vacilla spesso, ma alcune verifiche rafforzano punti chiave del suo racconto:
- la voce dei telefonisti coincide con la sua;
- il flauto ritrovato risulta compatibile con quello di Emanuela;
- nel 2022, gli investigatori confermano che la tomba di Katy Skerl — caso che Accetti collega alle due scomparse — è davvero vuota, proprio come lui aveva anticipato.
Le verifiche tecniche e il ruolo attribuito ad Accetti nelle comunicazioni
Le analisi foniche condotte negli anni puntano sempre più direttamente su Marco Fassoni Accetti come voce principale delle telefonate del caso Orlandi. Già nel 1983 una perizia collega i messaggi da Boston agli stessi autori delle chiamate arrivate in Italia. Nel 2023 una donna ammette di aver prestato la voce per uno di quei messaggi, dicendo che Accetti glielo aveva chiesto personalmente. Nel 2024 l’ingegnere Marco Arcuri confronta le registrazioni e stabilisce che la voce di Accetti coincide per l’86% con quella dei telefonisti “Mario”, “l’Americano” e con la voce che legge il comunicato nella “cassetta delle sevizie”. Arcuri conclude che tutte le comunicazioni note del caso Orlandi riconducono allo stesso soggetto: Accetti.
Parallelamente, un modello AI addestrato su migliaia di documenti del caso ricostruisce uno scenario preciso: i rapimenti rispondono a finalità di ricatto, mentre altri episodi — come la scomparsa di Mirella Gregori — servono a regolare conflitti interni tra gruppi criminali e apparati deviati. L’analisi dell’AI rafforza il ruolo centrale di Accetti, sia nelle comunicazioni sia nei depistaggi che hanno accompagnato la vicenda per quarant’anni.
Il Vaticano era davvero coinvolto?
Nel 1993 un’intercettazione tra due membri della vigilanza vaticana suggerì che la Santa Sede avesse svolto verifiche interne sul caso Orlandi, pur non avendo mai aperto un’inchiesta ufficiale. Negli anni successivi emersero altri elementi: tra il 2011 e il 2012, l’allora procuratore Giancarlo Capaldo raccontò di una trattativa riservata con due emissari vaticani, che chiedevano la rimozione della tomba di De Pedis in cambio di una collaborazione limitata. Capaldo sostenne che gli emissari avessero ammesso che “la verità non sarebbe mai potuta emergere”. La trattativa si interrompe e Capaldo é sostituito da Giuseppe Pignatone, che nega ogni accordo e autorizza l’apertura della tomba.
La seconda inchiesta Orlandi si chiuse nel 2016 per mancanza di prove. Nel frattempo, lo scandalo Vatileaks porta alla diffusione di documenti riservati e alla presunta esistenza di un dossier interno sul caso, la cui realtà è più volte negata e poi nuovamente affermata nel 2024 dal promotore di giustizia vaticano. Un altro documento, il cosiddetto resoconto sommario, elencava spese che il Vaticano avrebbe sostenuto per anni per mantenere Emanuela a Londra: la sua autenticità è controversa, ma molti osservatori ritengono che possa riflettere informazioni reali. Negli anni sono emerse anche segnalazioni su presunti avvistamenti della ragazza a Bolzano, su una Fiat 127 gettata nel Tevere, su una possibile presenza di Emanuela in Vaticano la sera stessa della scomparsa e sull’apertura di tombe nel Cimitero Teutonico, tutte risultate prive di riscontri. Nel 2019 sono analizzate ossa ritrovate nella Nunziatura: nessuna appartiene a Emanuela o a Mirella Gregori.
Le nuove inchieste del 2023 e i sospetti su figure vicine alla famiglia
Nel 2023, per volontà di papa Francesco, il Vaticano ha aperto per la prima volta un’indagine ufficiale sulla scomparsa di Emanuela, parallelamente alla terza inchiesta della Procura di Roma e alla nascita di una Commissione parlamentare d’inchiesta. Pietro Orlandi ha consegnato una lista di nomi da ascoltare, tra cui persone mai interrogate prima. Nello stesso anno sono emersi sospetti su Mario Meneguzzi, zio di Emanuela, basati su una presunta somiglianza con l’identikit dell’uomo visto parlare con la ragazza e su una vecchia lettera del cardinale Casaroli riguardante un episodio privato del 1978.
La famiglia Orlandi ha definito queste rivelazioni un tentativo di depistaggio, ricordando che Meneguzzi aveva un alibi verificato già negli anni ’80 e che fu tra i primi ad aiutare nelle ricerche. Il Vaticano ha risposto affermando di aver consegnato tutta la documentazione disponibile alla magistratura italiana e di voler collaborare per chiarire ogni pista. Alcuni magistrati del passato, come Gerunda e Sica, hanno dichiarato che Meneguzzi fu effettivamente attenzionato nelle prime fasi dell’indagine, ma senza esiti concreti. Nel 2023–2024, le indagini proseguono con nuovi accertamenti, verifiche documentali e analisi di materiali riservati, mentre la Commissione parlamentare e la Procura continuano a lavorare parallelamente al Vaticano per ricostruire la verità, ma per ora il caso Emanuela Orlandi resta solo una storia che continua a cambiare.