
È ricordato come uno dei serial killer più spietati della storia americana, perché l’efferatezza dei suoi crimini lascia atterriti. Jeffrey Dahmer è la prova che il male radicale, quando nasce, si espande come una crepa che attraversa tutto ciò che tocca. Eppure ciò che colpisce davvero non è solo la brutalità: è quella solitudine inquietante che gli avvolge le spalle come un mantello, una presenza muta che lo accompagna ovunque. Negli incartamenti dell’FBI emerge il profilo di un uomo che nessuno ha mai davvero visto per ciò che era, un individuo che ha vissuto dietro una cortina di silenzi, mostrando solo frammenti scelti con cura. Persino i suoi genitori ignorano interi tratti della sua personalità, e addirittura periodi interi della sua vita svaniti nel nulla, come pagine strappate da un diario.
Questa storia inizia come tante altre, in un’America che sembra tranquilla, quasi innocente. Minnesota: un luogo ordinario, un paesaggio che non suggerisce alcun presagio. È qui che Jeffrey nasce il 21 maggio del 1960, a Milwaukee. Un punto sulla mappa, un nome su un certificato di nascita. Nessuno immagina che, da quel giorno, un enigma stia prendendo forma: un bambino destinato a diventare un uomo capace di celare un abisso dietro un volto comune, un sorriso qualunque, un’esistenza che scorre accanto agli altri senza mai farsi davvero notare.
Jeffrey Dahmer: il cannibale di Milwaukee, l’infanzia e il fascino per la morte
Un’esistenza che scorre accanto agli altri senza mai farsi davvero notare… e proprio in quella invisibilità si nasconde la prima crepa. Per capire da dove nasce l’ombra che lo accompagnerà per tutta la vita, bisogna tornare indietro, dentro le mura della sua casa, dove la normalità è solo una facciata.
La madre è una donna che vive in bilico, bisognosa di attenzioni continue, divorata dall’ansia, fino a tentare il suicidio con un’overdose di tranquillanti. Con lei intrappolata nelle proprie ombre e il padre spesso lontano per motivi di studio, attorno al piccolo Dahmer non c’è nessuno che lo osservi davvero. Cresce così, ai margini, mentre dentro di lui si accende un interesse oscuro: tutto ciò che riguarda la morte lo attrae, lo chiama. Inizia a raccogliere carcasse di animali, come se quei resti fossero tasselli di un enigma che solo lui vuole decifrare. Ma non si limita a conservarli: li smembra, li studia, ne archivia le parti in barattoli allineati nel capanno degli attrezzi, una sorta di santuario privato dove il silenzio è più denso dell’aria.
Accade durante gli anni di scuola, quando Dahmer scopre di essere gay e, insieme alla propria sessualità, trova nell’alcool un rifugio che presto diventa dipendenza. Le sue fantasie, però, non hanno nulla di innocuo: scivolano in un abisso di malvagità che pulsa sotto la superficie. Dahmer comincia a immaginare lo stupro, e ciò che lo eccita non è il contatto, ma il dominio totale, il controllo assoluto su un’altra persona. È un pensiero che cresce, si espande, e nel suo silenzio prende forma una tensione pronta a esplodere.

Un incessante desiderio di uccidere
Il confine tra fantasia e realtà, per Jeffrey Dahmer, non è più una barriera: è una porta socchiusa che lui attraversa senza esitare. E man mano che perde il controllo dei suoi impulsi, ciò che immaginava diventa azione. I suoi omicidi iniziano nel 1978, tre settimane dopo il diploma: è ormai legalmente adulto, libero di muoversi senza che nessuno lo sorvegli. Dà un passaggio al diciannovenne Steven Hicks, lo invita a casa con la scusa di bere qualcosa. Quando il ragazzo manifesta il desiderio di andarsene, Dahmer lo colpisce con un manubrio di cinque chili, poi lo strangola. Non basta a placare la sua libidine: compie un atto sessuale davanti al corpo e, il giorno successivo, lo smembra.
Mentre questo orrore scivola nell’ombra senza che nessuno se ne accorga, Dahmer tenta di costruirsi una vita normale: frequenta l’università, poi la abbandona dopo sei mesi, approdando infine a casa della nonna, in Wisconsin. Ma neanche l’affetto familiare riesce a scalfire il suo abisso. Inizia a frequentare bar gay e bagni pubblici, dove consuma incontri sessuali intrisi di violenza, come se ogni contatto fosse un preludio a qualcosa di più oscuro.
Spirale di abusi mortali
Le sue prede non sono più persone: diventano oggetti, sagome da manipolare, corpi da possedere. Nel 1987, quando tutto sembra scorrere senza scosse, arriva la seconda vittima: Steven Tuomi. Dahmer non ricorderà nemmeno di averlo ucciso. Con quell’omicidio scatta qualcosa, un meccanismo che non si fermerà più. Jeffrey diventa il serial killer che verrà ricordato come il mostro di Milwaukee.
Il 26 settembre 1988 riceve cinque anni di libertà vigilata per molestie sessuali, ma questo non lo ferma: continua a uccidere. Il suo è un rituale micidiale e sempre uguale: stordisce le vittime con droghe o alcool, le uccide, fa sesso con i cadaveri, li smembra e conserva trofei. È un ciclo che si ripete, una spirale che inghiotte ogni residuo di umanità.
Poi accade qualcosa di inaspettato: delle vicine di casa trovano una delle sue vittime ancora viva. Chiamano gli ufficiali, che arrivano pronti a intervenire. Dahmer racconta che lui e il ragazzo sono amanti e hanno semplicemente litigato. Incredibilmente, gli agenti gli credono. Se ne vanno, consegnando nelle mani dell’orco un’altra vittima, e permettendo alla sua spirale di morte di continuare indisturbata.

Dall’arresto all’atroce finale
Il 22 luglio 1991 Dahmer porta a casa il trentaduenne Tracy Edwards, ma questa volta qualcosa si incrina nel suo rituale: l’uomo riesce a fuggire, quasi strappandosi dalle sue mani. È una crepa minuscola, ma sufficiente a far entrare la legge nel suo mondo. Quella stessa sera la polizia varca la soglia dell’appartamento: ciò che trovano non è più una casa, ma un museo degli orrori. Fotografie dei corpi, parti di cadaveri congelate, resti conservati nel frigo come trofei di una mente che ha smesso da tempo di distinguere il confine tra vita e morte.
Jeffrey non tenta nemmeno di mentire: ammette subito di aver ucciso sedici uomini in Wisconsin e uno in Ohio. È dichiarato sano di mente e condannato all’ergastolo. In carcere, come spesso accade nei casi più estremi, scopre la religione, un rifugio che sembra offrirgli una tregua. Per un momento, qualcuno potrebbe persino credere che la sua storia stia scivolando verso una quiete tardiva.
Ma la pace, per Dahmer, è solo un’illusione. Due compagni di prigione decidono di farsi giustizia da soli: lo massacrano nelle docce il 28 novembre 1994. Così si chiude un’altra pagina nera della storia americana, una pagina che continua a interrogare chiunque la sfiori. E il monito più tagliente arriva proprio dalla madre di Dahmer, che lancia una domanda che pesa come un macigno:
“Adesso sono tutti felici? Adesso è abbastanza per tutti”?
Di cosa soffriva Jeffrey Dahmer?
Capire Jeffrey Dahmer significa entrare in una mente che si è deformata lentamente, come una lamiera sotto una pressione costante. Dahmer aveva un problema grave di abuso di alcol: iniziò a bere pesantemente al liceo, e quel bere compulsivo lo rese sempre più chiuso, isolato, socialmente impacciato. L’alcol non era solo una dipendenza: era un anestetico, un modo per zittire ciò che non riusciva a affrontare. Alla fine, il suo disturbo da uso di alcol lo costrinse ad abbandonare il college, segnando il primo vero cedimento della sua vita adulta.
In parallelo, Dahmer lottava con la propria identità sessuale. Sapeva di essere gay, ma viveva in una famiglia conservatrice, dove la verità era un peso da nascondere. Suo padre arrivò a dirgli che avrebbe cercato di “cambiarlo” se si fosse dichiarato. Così Dahmer non riuscì mai ad abbracciare la sua sessualità, né a cercare una relazione sana, stabile, affettuosa. Rimase intrappolato in un limbo emotivo, dove desiderio e vergogna si intrecciavano fino a diventare qualcosa di più oscuro.
Durante il processo, due psicologi diagnosticarono a Dahmer una serie di condizioni che, messe insieme, delineano un profilo inquietante:
- Necrofilia
- Disturbo borderline di personalità
- Disturbo schizotipico della personalità
- Dipendenza da alcol
- Disturbo psicotico
È fondamentale ricordare che avere queste diagnosi non trasforma automaticamente una persona in un assassino. Non è la malattia mentale a creare il mostro: è la scelta, l’azione, la volontà di oltrepassare il limite.
Dahmer provò a difendersi sostenendo la follia: affermò di non poter essere ritenuto responsabile dei suoi crimini a causa del suo stato mentale. Ma lo psichiatra Dr. Frederick Fosdal testimoniò che Dahmer era perfettamente in grado di distinguere il giusto dallo sbagliato quando attaccava e uccideva le sue vittime. La corte concordò: Dahmer era sano di mente.
Questa conclusione è un monito potente
Conferma che la presenza di un disturbo mentale non è ciò che crea un assassino. Il male, nel suo caso, non è una diagnosi: è una scelta. Forse ciò che ha pesato di più su Dahmer, ciò che lo ha spinto lungo il suo sentiero oscuro, è il fatto che non ha mai ricevuto aiuto. Ha lottato con molte condizioni, ha affrontato una vita familiare fragile, instabile, e nessuno ha mai davvero guardato dentro quelle crepe. Nessuno può saperlo con certezza, ma resta la domanda: cosa sarebbe accaduto se Dahmer avesse incontrato un consulente professionista nella prima infanzia? Se qualcuno avesse intercettato quel silenzio, quel disagio, quella solitudine?
Dahmer non ha avuto un’educazione da favola. Diversi rapporti affermano che da bambino non ha ricevuto abbastanza attenzioni. Suo padre era spesso assente, sua madre era depressa e arrivò persino a tentare il suicidio. In quel contesto, Dahmer sviluppò un interesse ossessivo per le ossa degli animali: prima le raccoglieva, poi passò alla decapitazione. Un tratto comune nei serial killer, un segnale d’allarme che oggi appare evidente. Dahmer avrebbe commesso il suo primo omicidio a soli 18 anni.
Quando Dahmer uccideva, dagli anni ’70 agli anni ’90, i serial killer erano ancora un territorio inesplorato, un enigma che la criminologia non aveva ancora decifrato. Guardando indietro alla sua storia oggi, i segnali di allarme sono lampanti, quasi scolpiti nella sua infanzia.
Come, ad esempio:
- Ha iniziato a ferire gli animali in giovane età — un indicatore che, nella maggior parte dei casi, anticipa una futura escalation.
- A 16 anni progettò di aggredire un jogger — un’ossessione improvvisa, un piano che rivela un impulso già fuori controllo.
- Nel 1985 frequentò stabilimenti balneari gay per drogare uomini — li rendeva privi di sensi per violentarli; fu arrestato due volte per atti osceni, mai per violenza sessuale.
- Nel 1988 drogò e aggredì un ragazzo di 13 anni — condannato, rilasciato troppo presto, tornò a uccidere quasi immediatamente.
- Viveva negli Oxford Apartments — i vicini si lamentavano degli odori nauseabondi e dei rumori di una motosega provenienti dalla sua unità.
- La polizia lo incontrò con una vittima ancora viva — Konerak Sinthasomphone era drogato, incapace di parlare; Dahmer convinse gli agenti che erano amanti e che il ragazzo aveva bevuto troppo. Gli ufficiali se ne andarono, classificando l’incidente come “disputa domestica”. Dahmer lo uccise subito dopo.

Queste sono solo alcune delle tante bandiere rosse, opportunità mancate in cui Dahmer avrebbe potuto essere individuato per il mostro che era veramente. Invece, il suo regno di tortura durò più di un decennio. I suoi atti scioccanti includevano omicidio, necrofilia e smembramento e, in alcuni casi, cannibalismo. Il suo modello di crimini mostrava un desiderio di controllo e possesso, l’obiettivo di creare compagni sottomessi e passivi praticando buchi nei teschi delle vittime, prima di iniettarvi acido cloridrico o acqua bollente. Il suo arresto nel 1991 svelò tutto il suo orrore, alterando per sempre la storia criminale.
I disturbi, secondo gli esperti
A Dahmer era stato diagnosticato il disturbo borderline di personalità (BPD) e il disturbo schizotipico di personalità, due condizioni che possono ostacolare in modo significativo la sua relazione con gli altri. Il disturbo borderline di personalità è un modello pervasivo di instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e nelle emozioni, che porta a episodi intensi di rabbia, depressione e ansia, capaci di durare ore o giorni. Chi ne soffre fatica a mantenere relazioni stabili, e questo potrebbe aver alimentato i sentimenti di isolamento e la paura dell’abbandono che tormentavano Dahmer, spingendolo a cercare il controllo assoluto sulle sue vittime per prevenire il rifiuto che percepiva come inevitabile.
Il disturbo schizotipico della personalità è invece caratterizzato da ansia sociale intensa, disturbi del pensiero, ideazione paranoide, derealizzazione, psicosi transitoria e convinzioni non convenzionali. Dahmer potrebbe aver sofferto di questa condizione, che spiegherebbe molti dei suoi comportamenti insoliti: la fascinazione per gli animali morti, la costruzione di compagni senza vita, la creazione di un mondo mentale dove la solitudine diventava laboratorio e ossessione.

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Il disturbo psicotico potrebbe aver aggiunto un ulteriore strato di distacco dalla realtà: deliri, allucinazioni, pensiero disorganizzato. Sintomi capaci di offuscare la percezione morale, di deformare il giudizio, lasciandolo vivere in un universo governato da percezioni distorte invece che da regole etiche.
A tutto questo si aggiunge l’abuso di sostanze. Dahmer era noto per bere molto, e l’alcol può disinibire il comportamento, ridurre l’autocontrollo, compromettere il giudizio. Un acceleratore che potrebbe aver reso più facile per lui agire sugli impulsi che ribollivano dentro di sé, trasformando il caos mentale in azione.
La sua omosessualità latente e l’isolamento sono stati identificati come possibili motivi dietro i suoi crimini. In un’epoca in cui l’omosessualità non era accettata come oggi, Dahmer potrebbe essersi sentito alienato, costretto a sopprimere la propria identità. Questo isolamento emotivo potrebbe aver contribuito alla sua disconnessione dalla società, alimentando un disagio psicologico che, forse, lo ha spinto a selezionare vittime maschili e a trasformare i suoi crimini in atti profondamente sessuali.

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Dahmer era guidato da un intenso bisogno di controllo e compagnia. I suoi metodi estremi – praticare buchi nella testa delle vittime per creare compagni sottomessi – indicano un’esigenza disperata di possesso. Un tentativo estremo di colmare una solitudine che non riusciva a gestire, e la sua incapacità di formare relazioni significative con individui consenzienti.
Due condizioni chiave emergono nel suo profilo: Il disturbo antisociale di personalità, evidente nel disprezzo per le norme sociali, i diritti degli altri, l’inganno e la violazione delle leggi. E la psicopatia, con tratti come fascino superficiale, manipolazione, mancanza di colpa e freddezza emotiva. L’approccio sistematico di Dahmer nel sedurre le vittime, mostrando una totale assenza di empatia, è perfettamente in linea con questi tratti.
Fascino per gli animali morti e necrofilia
Il fascino di Dahmer per gli animali morti e i successivi atti di necrofilia indicano un distacco dalla vita, un’ossessione che si intreccia con il bisogno di controllo assoluto. La necrofilia gli garantiva incontri sessuali privi di rischio: nessun rifiuto, nessuna disobbedienza, nessuna volontà altrui da fronteggiare. Dahmer era afflitto da disturbi della personalità, possibili disturbi psicotici, abuso di sostanze, problemi di identità sessuale e un bisogno schiacciante di controllo e compagnia. Ogni fattore aggiungeva un tassello alla sua mente complessa, permettendo di intravedere le profondità che alimentavano le sue atrocità. Nulla di tutto ciò giustifica o scusa il suo comportamento: offre solo una lente più nitida per comprenderne l’abisso.
Le esperienze traumatiche della sua infanzia — il divorzio dei genitori, i problemi di salute mentale della madre — avrebbero potuto creare un’atmosfera di instabilità e insicurezza. Quando tali esperienze si verificano durante l’infanzia, possono lasciare cicatrici durature, spingendo un individuo verso disturbi come l’ASPD o la psicopatia.
Le relazioni fallite di Dahmer, la sua incapacità di formare e mantenere legami significativi, potrebbero aver alimentato il suo isolamento e il conseguente comportamento violento. Le connessioni umane sono un meccanismo regolatore: senza quei legami, Dahmer potrebbe non aver avuto alcun freno ai suoi impulsi devianti.
Il suo distacco dalla vita — la riluttanza o l’incapacità di impegnarsi con esseri viventi autonomi — riflette la paura dell’incertezza, del rifiuto, della perdita di controllo. Interagire con chi può dire “no” era un rischio che Dahmer non voleva correre.

Implicazione più ampia. Profilazione criminale
I profiler hanno guadagnato molto dallo studio della mente di Dahmer, integrandolo in un approccio globale al riconoscimento dei serial killer. Analizzando il suo percorso, hanno imparato a cercare modelli ricorrenti, segnali che potrebbero indicare un comportamento violento simile al suo: caratteristiche uniche, schemi psicologici, dinamiche di controllo. La storia di Dahmer è diventata un modello di riferimento, una matrice contro cui ogni potenziale delinquente può essere misurato.
Le interazioni di Dahmer con le sue vittime, i metodi con cui le adescava, i rituali che seguivano, hanno fornito una visione più profonda dei comportamenti dei serial killer. Ogni dettaglio — la manipolazione, l’isolamento, la progressione del crimine — ha rafforzato la necessità di comprendere le basi psicologiche che guidano individui capaci di tali atrocità. La sua mente è diventata un archivio vivente per la criminologia: un esempio di come l’oscurità possa crescere silenziosa, invisibile, fino a esplodere.
Individuazione precoce di problemi psicologici
I primi anni di vita e lo sviluppo di Dahmer evidenziano il valore dell’intervento precoce. Il riconoscimento degli indicatori di disagio psicologico o di comportamento deviante è diventato un’area di interesse centrale. Il fascino di Dahmer per gli animali morti, l’isolamento, la mancanza di legami affettivi: erano segnali rivelatori, indizi che alludevano a problemi più profondi destinati a emergere.
Il caso ha evidenziato la necessità che professionisti della salute mentale, educatori e genitori siano vigili e proattivi nel riconoscere segnali di disagio o comportamenti anomali nei bambini e negli adolescenti. Perché ciò che inizia come un silenzio, un isolamento, un interesse macabro, può trasformarsi — se ignorato — in un percorso che nessuno può più fermare.
MD
Uno dei ruoli della repressione è quello di attenuare l’insopportabile consapevolezza della nostra morte. La repressione si sviluppa nella sicurezza delle prime fasi della vita, come una barriera che protegge la mente da ciò che non può sopportare. Per Dahmer, il cannibalismo divenne un modo estremo per affrontare una solitudine che percepiva come insostenibile: un tentativo distorto di colmare un vuoto che nessuna relazione reale riusciva a riempire.
Le valutazioni diagnostiche non riescono a cogliere appieno la depravazione di Jeffrey Dahmer, né la distruzione che ha inflitto alle vite delle sue vittime e dei loro cari. Ci si chiede allora: dobbiamo abbandonare la ricerca di una comprensione più profonda e definirlo semplicemente “malvagio”, come fece il giudice al momento della condanna?
La gravidanza di sua madre fu tormentata da sbalzi d’umore, trattati con una miscela di 26 pillole al giorno. Non sappiamo con certezza come ciò abbia influenzato lo sviluppo del cervello di Jeffrey, ma sappiamo che il sistema nervoso dell’embrione si forma in fasi critiche, vulnerabili ai farmaci. Il farmaco psicotropo standard per depressione e ansia nel 1959-1960, somministrato a Joyce, era Milltown: neurotossico per madre e bambino, e fisiologicamente dipendente. Jeffrey avrebbe sperimentato l’astinenza alla nascita. Altri farmaci tossici utilizzati erano ormoni, barbiturici e morfina.

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Joyce soffrì poi di depressione postpartum, mettendo ulteriormente Jeffrey a rischio di difficoltà di attaccamento. L’attaccamento materno è il fondamento di tutte le relazioni successive: la sua assenza genera timori profondi di abbandono, che Dahmer avrebbe portato con sé per tutta la vita. I genitori litigavano ferocemente davanti a lui. I problemi psichiatrici della madre continuarono, così come i suoi tentativi di suicidio. Una doppia riparazione di ernia all’età di quattro anni lo terrorizzò. Nacque un fratello minore, favorito. Gli insegnanti riferirono che Jeffrey era eccezionalmente timido e pauroso.
Suo padre, Lionel, cercò di essere un fattore stabilizzante, ma era spesso lontano da casa. Quando era presente, creò un legame forte con Jeffrey, insegnandogli la vita animale nei boschi attorno alla loro casa e sezionando insieme gli animali trovati morti sulla strada. Dopo la cattura di Jeffrey, Lionel parlò delle sue stesse lotte giovanili con fantasie omicide e depressione. Si immedesimava nella timidezza e nella solitudine del figlio, ma non avrebbe mai immaginato cosa stesse fermentando nella sua mente. Ammette, con amarezza, di non aver mai chiesto nulla. Contava sul fatto che Jeffrey fosse come lui.
Il divorzio dei genitori
Suo padre se ne andò e Joyce, disobbedendo a un’ordinanza del tribunale, lasciò Jeffrey completamente solo mentre era ancora al liceo. A quindici anni, Jeffrey beveva apertamente alcolici a scuola. Bevendo eccessivamente come faceva, qualunque controllo fosse riuscito a costruire per gestire la solitudine e lo sviluppo delle sue inclinazioni sessuali veniva eroso dagli effetti disinibitori dell’alcol sul suo cervello. Le ricerche mostrano come l’uso di alcol influisca sulla formazione del cervello adolescente, con pericoli che includono comportamenti violenti, lesioni e morte. L’alcol accompagnò ogni fase del suo passaggio oscuro e mortale.
Il libro di Ernest Becker, The Denial of Death, vincitore del Premio Pulitzer nel 1974, affronta la certezza più brutale dell’esistenza umana: moriamo. Una verità che genera ansia e terrore travolgenti. La tesi di Becker è che la civiltà, nella sua complessità, si sia formata per tenere lontana dal nostro sé collettivo questa consapevolezza della nostra impermanenza.
Come individui, lo facciamo attraverso meccanismi di difesa, strategie che impediscono alla mente di cogliere appieno il paradosso fondamentale della nostra esistenza: siamo costituiti da due sé. Il sé fisico, destinato a morire. E il sé simbolico, senza tempo.

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Il sé senza tempo si forma attraverso immaginazione, creatività, lavoro, relazioni. Permette la costruzione di una realtà che va oltre la durata della vita. Nella quotidianità sentiamo parlare di morte, la leggiamo, assistiamo alla morte degli altri, ma la prospettiva di essere morti è insondabile. La repressione, meccanismo di difesa, tiene a bada la realtà della morte affinché possiamo procedere con la nostra vita.
Ma la repressione non è una forza fissa. Si evolve dinamicamente dall’esperienza di sicurezza e protezione fornita dai genitori o da chi si prende cura di noi. Protegge la fragilità della nostra vitalità e della nostra personalità in formazione.
Seguendo la tesi di Becker, ci si chiede se Jeffrey sia riuscito a reprimere la certezza della morte. La tossicità intrauterina che ha sperimentato lo ha reso vulnerabile fin dalla nascita, in una casa emotivamente tossica. Come può formarsi la repressione in un ambiente del genere? Come poteva costruire un’esistenza simbolica quando il suo stesso essere fisico si sentiva sterile, minacciato? Deve essersi sentito sempre a disagio, sempre fuori posto.
Possiamo capire perché voleva creare uno zombi dalle sue vittime. Sospetto che si sentisse lui stesso uno zombi: un corpo senza agenzia, un fallimento nel mondo simbolico, privo di radicamento in una personalità sostenibile. Un corpo fisico senza un sé simbolico. E uno zombi, nella sua logica distorta, non lo avrebbe mai abbandonato.

Il cannibalismo era solo un mezzo di smaltimento?
Non credo. Dahmer affermò che il suo primo omicidio fu accidentale, e che disperse la polvere dei resti della sua vittima attorno alla proprietà di famiglia per tenerlo vicino a sé. Il cannibalismo fu un’evoluzione naturale di quel impulso: un passaggio da un gesto simbolico a un atto fisico, definitivo.
Il professore di biologia Bill Schutt scrive che, a seconda della cultura, il cannibalismo può essere un comportamento appreso, un atto di pietà filiale, una forma di indulgenza lussuosa, un rituale funerario, persino un stabilizzatore dell’umore. Nel caso di Jeffrey Dahmer, il cannibalismo fu il modo più estremo per affrontare una solitudine insopportabile e un senso costante della presenza della morte: incorporava letteralmente le sue vittime, nutrendosi di loro come se potesse colmare un vuoto che nessuna relazione reale riusciva a riempire.
Nessuno di questi pensieri sminuisce le atrocità che quest’uomo ha commesso, né ha alcuna relazione con il suo stato mentale mentre era impegnato negli omicidi. Jeffrey Dahmer era un astuto bugiardo, un manipolatore, un assassino di esseri umani innocenti. Comprendere la sua mente non significa giustificarla: significa solo illuminare l’abisso.