Ghiacciai alpini

Ghiacciai alpini: tracce dell’incidente di Chernobyl

Dopo 34 anni dal disastro nucleare nuovi studi rivelano un livello di radioattività anomalo sui ghiacciai alpini. Il loro scioglimento veloce unito al cambiamento climatico rappresenta un rischio per il rilascio di queste sostanze in un ambiente che dovrebbe essere incontaminato.

Le indagini sui ghiacciai alpini

Lo studio pubblicato sulla rivista The Cryosphere da un gruppo internazionale di ricerca con l’importante contributo dell’Italia non ha dubbi sulla veridicità di questa situazione. I dati sono raccolti dall’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con l’Istituito nazionale di fisica nucleare e l’Università Statale di Milano. A cui si unisce anche la collaborazione delle Università di Pisa e Genova. I ghiacciai alpini conservano ancora memoria della catastrofe atomica di Chernobyl, lo dimostra la radioattività anomala registrata sulla superficie del ghiacciaio dei Forni in Italia. Tuttavia la situazione non è diversa in Svizzera, perché sulle vette del Morteratsch è presente la stessa situazione. Nonostante non sussistono conseguenze ambientali e di salute per gli ecosistemi a valle, sono disposti nuovi studi necessari per capire gli effetti nelle aree limitrofi.

Le analisi dei sedimenti

L’indagine consente di ipotizzare quali sono i processi naturali che permettono l’accumulo di radioattività artificiale nel sedimento scuro che si accumula sui ghiacciai durante l’estate. Infatti proprio questo elemento, conosciuto come crioconite, secondo i ricercatori deve essere considerato per studiare il livello di integrità ambientale degli ecosistemi d’alta quota. Al suo interno sono stati trovati elementi radioattivi non solo naturali, come il piombo-210, ma anche artificiali, ad esempio il cesio-137. La presenza di radionuclidi, come gli isotopi di plutonio e americio, sono riconducibili ai test nucleari effettuati tra il 1950 e il 1960. Questi risultati sono ora messi a confronto con i dati provenienti da altri ghiacciai del mondo, come quelli delle Svalbard o i ghiacciai del Caucaso. In conclusione è emerso che l’accumulo di radioattività nella crioconite è un processo comune a tutti i ghiacciai, indipendentemente dal contesto geografico.

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