Johnny lo Zingaro evade dal carcere di Sassari

86
Johnny lo Zingaro

Giuseppe Mastini, 60 anni, noto alla cronache come Johnny lo Zingaro, è evaso ancora una volta. Doveva fare rientro nel carcere di massima sicurezza di Sassari a mezzogiorno di ieri 6 settembre 2020. Tuttavia ha utilizzato un permesso premio per far perdere le sue tracce, diffusa una nota di ricerca a tutte le forze dell’ordine. L’ergastolano non è nuovo a questi allontanamenti, infatti la sua prima evasione risale al 1987 durante la quale è protagonista di numerosi crimini.

Il profilo criminale di Johnny lo Zingaro

Come ad esempio il sequestro di Silvia Leonardi, l’omicidio della guardia giurata, Michele Giraldi ed il ferimento del brigadiere Bruno Nolfi. Era rinchiuso da luglio 2017 nel penitenziario Bancali di Sassari, dopo la precedente fuga avvenuta il 30 giugno del 2017, dal penitenziario di Fossano (Cuneo). Anche in quella occasione ha usufruito del regime di semilibertà per non far rientro nella struttura detentiva. Mastini, il cui soprannome Johnny lo Zingaro è legato alle sue origini sinti, ha alla spalle una lunga scia di crimini sin dagli anni Settanta. Il primo omicidio risale a quando aveva appena undici anni, uccide a Roma l’autista di tram Vittorio Bigi durante una rapina. Tra i casi in cui è coinvolto c’è l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, nel quale è indicato, senza alcun riscontro, come possibile complice. Questo a causa dell’amicizia con Giuseppe Pelosi riconosciuto colpevole unico dell’omicidio dello scrittore.

Sponsor

Il caso riaccende la polemica sui permessi premio

Le circostanze di questa terza evasione è la dimostrazione che probabilmente va modificata la normativa sui permessi. Ne è convinto Vincenzo Chianese, segretario generale del sindacato Equilibrio Sicurezza-Polizia secondo cui:

La normativa che consente di uscire dal carcere anche a persone che palesemente non dovrebbero poter circolare va assolutamente cambiata. Non solo per evitare che i familiari delle vittime ogni volta che accadono certe cose avvertano di nuovo lo stesso dolore. Ma anche perché la sensazione di impunità che c’è nel nostro Paese mina profondamente la credibilità dello Stato”!

Della stessa idea anche il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria S.Pp. Aldo Di Giacomo.