Marco Bergamo il mostro di Bolzano

165
Marco Bergamo

L’esistenza di Marco Bergamo sembra all’apparenza quella di una persona dalla vita ordinaria. Coltiva hobby come la fotografia, ama l’automobilismo e le lunghe passeggiate in montagna. Non è forse il ritratto di molti di noi? Eppure quest’uomo nasconde per anni un’ossessione privata: odia le donne. Un’avversione, colma di paura verso l’universo femminile, che lo spinge ad uccidere brutalmente con metodica freddezza. Da cosa ha origine questa inquietudine? E cosa ha trasformato Marco in uno spietato serial killer? Scopriamo insieme questa storia enigmatica a cui fa da sfondo una provincia del Trentino-Alto Adige.

L’infanzia di Marco Bergamo

Marco Bergamo nasce a Bolzano il 6 agosto del 1966 e cresce in una famiglia comune, il padre è operaio e la madre casalinga. Da bambino è affetto da ritardo nel linguaggio e durante il periodo adolescenziale le cose si complicano. Quando obesità e psoriasi, una malattia della pelle, contribuiscono a scatenare la sua chiusura verso il mondo. Introverso e con pochi amici colleziona coltelli e ne porta sempre uno con se quando esce. All’età di 18 anni consegue il diploma di ingegnere meccanico e inizia a lavorare come operaio. Ragazzo dalla vita irreprensibile non perde mai una messa, tuttavia dietro la maschera di apparente normalità cela desideri violenti e perversi. Frutto della sensazione di inferiorità che nutre nei confronti delle donne, un mondo oscuro e minaccioso che lo affascina e lo respinge.

Sponsor

Il primo omicidio

Sono probabilmente queste fantasie che lo spingono il 3 gennaio 1985 a far visita in via della Visitazione, quartiere Europa-Novacella di Bolzano, a Marcella Casagrande. Quindicenne iscritta all’istituto magistrale incontrata in precedenza in un negozio di fotografia. È la prima vittima, la sorprende da dietro sferrando 20 colpi veloci e precisi, uno raggiunge la colonna vertebrale incidendo la decima vertebra. Al rientro a casa, la madre della giovane, Maurizia Mazzotta, trova la figlia sgozzata riversa sul pavimento in una pozza di sangue. Dopo il primo assassinio l’uomo scopre che uccidere appaga il suo piacere e nello stesso tempo distrugge l’oggetto temuto e odiato: la donna. Che da questo momento in poi diventa per lui un essere ignobile, egoista, che usa l’uomo, perciò deve essere punita. Soprattutto le prostitute, quelle più accessibili, diventano le prede principali.

Marco Bergamo

Una pausa per l’assassino

Infatti la sua seconda vittima è Annamaria Cipolletti, 40 anni, insegnante di giorno e donna di piacere alla sera. Uccisa il 26 giugno del 1985 con 19 coltellate, analogamente al precedente delitto viene aggredita alle spalle. Il primo fendente, forse quello mortale, la raggiunge al cuore, l’assassino ha rubato i suoi indumenti intimi, ma non l’ha violentata. Inoltre nella casa di Annamaria la polizia trova un’agenda dove ricorre spesso il nome Marco. Poco meno di due anni prima del delitto, sull’agenda c’è l’annotazione:

Marco? Mandato via”!

Passano 7 anni dal secondo delitto ai successivi durante i quali Bergamo intreccia, tra il 1990 e 1991, l’unica relazione amorosa della sua vita. Che dura 7 mesi, senza rapporti sessuali, perché l’uomo ha timore di essere deriso e respinto dalla ragazza. Una paura che peggiora quando nel 1992 Marco subisce con un intervento l’asportazione di un testicolo.

Il killer torna ad uccidere

Così crescono i complessi e aumenta l’ostilità nei confronti dell’altro sesso, che si intreccia adesso con una libido perversa e insaziabile. Perciò riprende ad uccidere il 7 gennaio 1992, e lo fa nel cuore di Bolzano, in via Renon. Massacra Renate Rauch con 24 coltellate, nel piazzale di un benzinaio frequentato da lucciole. Giorni dopo sulla tomba di Renate verrà scoperto un mazzo di fiori con un biglietto:

Mi spiace ma quello che ho fatto, doveva essere fatto e tu lo sapevi: ciao Renate! Firmato M.M.”!

È la firma dell’assassino, infatti la grafia si rivelerà essere proprio quella di Marco Bergamo. La scia di sangue continua con Renate Troger, prostituta diciottenne che accetta un passaggio del killer in piazza Verdi il 21 marzo 1992. Giunti in un piazzale a Campodazzo di Renon viene strangolata, sgozzata e trafitta con 14 coltellate.

Marco Bergamo

L’arresto del mostro di Bolzano

L’epilogo di questo vortice di terrore si svolge la notte tra il 5 ed il 6 agosto 1992, giorno del compleanno di Marco. L’ultima vittima è Marika Zorzi, 18 anni anche lei squillo, ammazzata con 26 pugnalate in un ritrovo per prostitute, in via Macello, a Bolzano. Alcuni, testimoni hanno visto una Seat Ibiza rossa allontanarsi dal punto in cui giace la donna. Sul luogo del delitto la polizia trova macchie di sangue e un deflettore che nella colluttazione con la ragazza si è staccato dall’auto. Verso l’alba, gli agenti della squadra mobile intercettano il veicolo ricercato alla periferia della città. L’uomo che scende dalla macchina è proprio Bergamo, indossa un paio di pantaloni corti e trema leggermente. Alla macchina manca proprio un deflettore, e infine nel bagagliaio gli inquirenti trovano la tappezzeria del sedile anteriore destro imbrattata del sangue di Marika Zorzi.

La condanna

Dopo l’arresto, e durante il processo, emerge la vera personalità di Bergamo, per lui uccidere rappresenta la maggiore perversione. Che ricorre soprattutto la notte nei sogni, nelle confessioni si lascia andare ad alcune dichiarazioni:

Nei sogni, quando colpisco le donne, lo faccio al cuore e alla testa: si uccidono meglio, si centrano gli organi vitali”!

Malgrado ciò dopo un accurato esame psichiatrico, l’uomo è riconosciuto capace di intendere e volere nel momento degli omicidi. Il processo, che si chiude con la condanna a quattro ergastoli e 30 anni di reclusione, è trasmesso su Rai 3. Il padre di Bergamo, per la vergogna, si impicca mentre l’accusato finisce nel carcere di Bollate a Milano. Dove muore il 17 ottobre 2017, a 51 anni, a causa di un’infezione polmonare. Termina così la vita di quello che tutti conoscono oggi come il mostro di Bolzano.