Guido Reni

Guido Reni: divina e inebriante maestà dell’arte

Sul finire del Cinquecento e l’inizio del Seicento l’arte vede la fioritura di nuovi sensi terreni, con Annibale Carracci a Bologna e Caravaggio a Roma. Tra questi artisti, solitario nella sua armonia, c’è Guido Reni che spende l’intera esistenza alla ricerca di una gloria di forme ideali. Una personalità difficile la sua, contorta e complessa, un vero rebus e autentico enigma che riesce a conciliare gli opposti. Da una parte il sognatore di perfezione cattolica, dall’altra larghissimo dissipatore di immense fortune che manipola mazzi di carte nelle taverne.

Le fortune immense di Guido Reni

Nato il 4 novembre a Bologna in via San Felice, il padre è musico di buona fama. E sotto il segno della musica, precoce presagio di armonia, si avvia a una adolescenza nella quale la vocazione all’arte prende corpo di prepotenza. A soli nove anni entra nell’atelier di Denys Calvaeart, un fiammingo naturalizzato in Bologna, più tardi, vicino ormai alla maturità ne esce offeso e risentito. Passa allo studio di Ludovico Carracci ma da subito è artista indipendente e irregolare, che gode di una giovinezza fortunata. Guido Reni nella sua città natale apre diversi studi calpestati da facchini, trafficanti e modelli, ma anche committenti che lo lanciano nell’Olimpo dei pittori. Alle prime luci del Seicento parte alla conquista di Roma portandosi sottobraccio il rotolo della copia della Santa Cecilia di Raffaello. A lui richiesta per la chiesa di San Luigi dei Francesi dove lavora Caravaggio, ed è subito collisione

Guido Reni

Uno scontro fra titani

Tutti i commentatori antichi ricordano il Reni come persona irascibile e rissosa, ed in effetti arrivato nella Capitale non mancano le scintille. In particolare Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, di anticipo, lo aggredisce in quegli anni per le strade di Roma sibilandogli pressappoco un: levati di torno. Il lombardo detesta la sua maniera leccata e tutta fantastica d’altra parte Guido lo guarda dall’alto e mal tollera la sua arte troppo naturale. Dotato di enorme talento nei soggiorni romani non manca di negoziare duramente i compensi papali e crea opere di infinita bellezza. Ad esempio L’Aurora (1616) del casino Rospigliosi Pallavicini o gli affresci del palazzo del Quirinale in un trionfo di angeli e anime beate. Questa vertigine culmina nel San Michele arcangelo per Santa Maria della concezione, delicatamente eseguito su tela di seta. Poi all’improvviso e proprio al colmo della fortuna ecco il ritorno a Bologna.

La ricerca della solitudine

Il pittore dichiara che bisogna lavorare e in ogni tempo ha faticato in estremo, ora però evita le vie di passeggio nella sua città. Forse è tornato il demone del gioco, da documenti certi e lettere il vecchio Reni oberato dai debiti muore assediato da volgari creditori. Eppure il pittore sembra presentire la sua fine se in una lettera che scrive a Ferrante Trotto in data 11 luglio 1639 afferma:

Comincio a non piacere più nemmeno a me stesso, non credo di passare questo anno”!

Infatti colto da febbri non curate muore 18 agosto 1642, e per contrasto quell’uomo schivo e scontroso viene esposto al popolo. Resta oggi il suo pennello angelico capace di creare forme di paradiso e vederle negli straordinari capolavori che ha creato.

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