Il caso irrisolto di Tamám Shud

Adelaide, anni ’40, il corpo senza vita di un uomo viene rinvenuto sulla spiaggia di Somerton Beach. Omicidio o suicidio? Senza dubbio, un caso molto sfortunato a cui si lega un vero rebus

Il caso irrisolto di Tamám Shud

Australia – (Adelaide). Il racconto di oggi, è molto particolare, oserei dire discordante. Una storia che apparentemente non ha nulla di singolare, ma che si collega ad una vicenda davvero misteriosa che, a distanza di anni, non ha trovato una soluzione. E’ il caso irrisolto di Tamám Shud.

Il passato, per molte persone, è un po’ come un “parente scomodo”. Soprattutto quando, all’interno di un episodio ambiguo, dai risvolti impenetrabili e senza consequenzialità logica, si preferisce dimenticare.

Ma la storia, di per sé, è nata proprio per rammentare. Per evitare, ciò nonostante, che gli errori passati, tornino a tormentarci. Tuttavia, troppo spesso, molte vicissitudini si legano a fatti misteriosi. Racconti di serial killer mai trovati o morti arcane, in cui le vittime restano senza identità, anche a distanza di anni.

Sicuramente, tra questi, uno degli assassini che seminò letteralmente un panico senza precedenti, fu il caso di Zodiac, uno dei più paradossali serial killer d’America che, ancora oggi, attanaglia le menti di tante persone.

Eppure, quest’enigmatico personaggio, che parlava attraverso lettere in codice, non è stato l’unico a comunicare, se in tale condizione vale l’eccezione, attraverso un linguaggio cifrato. Un caso analogo, ma dissimile nelle circostanze e nei fatti si verificò in Austalia.

1948. E’ la mattina del 1° dicembre. Il corpo di un uomo, viene rinvenuto sulla spiaggia di Somerton Beach. Ben vestito e, in perfette condizioni, sembra non mostrare alcun segno di violenza. Nemmeno una ferita che potrebbe far pensare ad una qualunque colluttazione. L’uomo era adagiato sulla riva del mare, accasciato in avanti, con una sigaretta mezza fumata sul bavero. Era ben vestito, con scarpe eleganti, lucide col tacco, un abbigliamento strano da usare in spiaggia in un giorno d’estate, non trovate?

Il caso irrisolto di Tamám Shud: l’uomo senza identità

La perfezione: da l’idea che stia dormendo. Solo una stranezza, piccola, insignificante, che tuttavia, lascia agli agenti una perplessità: dagli indumenti dell’uomo, mancano tutte le etichette. In tasca, solo un biglietto del treno per Henley Beach, intatto e non vidimato. Chi era quell’uomo? Perché si trovava lì? Le etichette mancanti da giacca, camicia e pantaloni, erano state staccate dallo stesso per vizio o si trattava di un modo per cancellare una qualunque parvenza d’identità? Ma soprattutto, dato che il corpo era “asciutto”, da quanto tempo si trovava lì? Era possibile che il cadavere fosse stato spostato?

Andiamo per gradi. In un primo momento, la polizia pensò che l’uomo fosse semplicemente morto per cause naturali mentre faceva una passeggiata sulla spiaggia. Anche perché, da una verifica, non risultava nessun rapporto inerente un comunicato di persone scomparse che corrispondessero all’individuo. Ad ogni modo, per non lasciare nulla al caso, furono costretti a indagare ulteriormente.

Ogni indizio trovato, portava solo ad altre domande. In seguito, nei 65 anni trascorsi dal ritrovamento del misterioso corpo sulla spiaggia, nessuno si è avvicinato a scoprire l’identità dell’uomo, né cosa stesse facendo quel giorno, in quel luogo o come sia morto.

All’epoca, quando iniziò a spargersi la voce, fra le teorie popolari, si era diffusa l’ipotesi che l’uomo si fosse suicidato, o che avesse avuto un colpo apoplettico a causa della perdita della donna amata; qualcuno pensò che lo avesse fatto per la dipartita del figlio. Insomma: la fine, al culmine della disperazione.

Altri, pensarono ad una spia legata a codici segreti e/o veleni misteriosi. Nulla di comprovato e, decenni di prove senza alcuna veridicità o fondamento.

La valigia e le etichette mancanti

Il caso irrisolto di Tamám Shud

Ad ogni modo, un mese dopo il ritrovamento del cadavere, alla stazione ferroviaria fu trovata una valigia, successivamente ricollegata all’uomo morto sulla spiaggia. Inspiegabilmente, anche da questa mancava l’etichetta. Rimossa, come tutte le altre.

All’interno, tutti gli indumenti contenuti, avevano la stessa caratteristica: (di nuovo) mancava l’etichetta. Tranne tre indumenti, che portavano il nome “T. Keane”, dal quale non emerse niente. Né un identikit corrispondente, né altro.

Sfortunatamente, non c’era nessun altro indizio. Nulla lasciava pensare o dedurre qualcosa sull’individuo. Altrettanto accadde per l’autopsia. Nulla si evinse. Nessuna traccia di sostanze estranee nell’organismo, nessun segno di violenza o altro.

Un mese dopo però, avrebbero trovato la prova più sostanziale, ma sconcertante in una tasca segreta dei pantaloni dell’uomo.

C’era scritto: ” Tamám Shud “.

Il caso irrisolto di Tamám Shud

Furono chiamati i funzionari della biblioteca pubblica, per cercare di capire e tradurre quelle due parole.

Conclusero che significava “terminato” o “finito”, (la fine) e che questi vocaboli si trovavano all’interno di una raccolta di poesie intitolata Il Rubaiyat di Omar Khayyam.

La polizia, guidata dal sergente Lionel Leane, a questo punto era più dubbiosa che mai, omicidio? suicidio? … Iniziarono così le ricerche a livello Nazionale nella speranza di trovare il libro da cui era stato strappato questo pezzo di carta con la scritta incriminata.

… la fine

Contemporaneamente, (poco dopo) – dato che nulla di concreto si era palesato all’orizzonte – si ipotizzò, visto che l’uomo era ben vestito, e considerato il biglietto del treno, che stesse viaggiando; che non fosse del posto. Così inviarono una richiesta di proprietà abbandonata in tutti gli hotel, tintorie, stazioni ferroviarie, degli autobus e uffici in genere. Niente.

Qualche giorno più tardi, un uomo si fece avanti, affermando di aver trovato il libro sul sedile posteriore della sua auto, non chiusa a chiave, una settimana o due prima della scoperta del cadavere.

Sul retro c’era uno strano codice scarabocchiato a matita. Una serie di cifre cui si univa anche un numero di telefono.

Chi è Alfred Boxall?

Gli inquirenti, scoprirono che quel numero apparteneva ad una donna, che lavorava come infermiera. Jessica Thomson (nata Harkness). Interrogata, ammise di aver dato una copia del Rubaiyat ad un ufficiale dell’esercito di nome Alfred Boxall.

Sia l’uomo che ha trovato il libro che l’infermiera hanno negato qualsiasi collegamento con il morto.

Purtroppo, la pista Alfred Boxall si rivelò infruttuosa; ciò nonostante, Jessica fu portata alla stazione di polizia per vedere la salma. 

Il sergente Leane notò che la donna, vedendo il volto dell’uomo, impallidì; sembrava “completamente presa alla sprovvista, al punto da dare l’impressione che stesse per svenire”.

Il fatto era insolito, sia perché le fu mostrato solo un calco che era stato fatto del suo viso, e non il corpo vero e proprio; sia perché come infermiera, aveva già esperienza di fronte alla morte e alla malattia, quindi la sua reazione è stata comunque sospetta. In altre parole, questo shock non era dovuto al fatto di trovarsi di fronte ad un cadavere.

Era chiaro a molti che aveva riconosciuto l’uomo, ma lei continuava a negare qualsiasi coinvolgimento con lui. L’unica informazione utile che Jessica offrì, fu che qualche tempo prima i vicini le avevano detto che un uomo era venuto a chiedere di lei quando non era in casa. Ma non era sicura della data.

La polizia, recandosi da Jessica Thomson, aveva scoperto che viveva con un uomo (che avrebbe poi sposato). Si era dimostrata da subito ostile ad una collaborazione, e sembrò anche molto preoccupata che nascesse uno scandalo; forse a causa di una relazione romantica che aveva avuto con il tipo di Somerton e che aveva tenuto nascosta al suo futuro marito… o forse, trattandosi di un ufficiale, a causa di legami con programmi di intelligence governativi e reti di spionaggio.

Un codice indecifrabile

Di fatti, ci si trovava ad un punto morto delle indagini. Riguardo al codice, solo quattro brevi linee su cui lavorare, restò indecifrabile.

Anche l’Intelligence della Marina cercò di decifrarlo. Fu anche pubblicato sui giornali per essere risolto dai dilettanti. I migliori decifratori di codici di tutto il mondo furono chiamati ad esaminarlo. Nessuno riusciva a dare una risposta definitiva, anche se furono fatte molte ipotesi.

La Marina decise che la spiegazione più ragionevole – basata sulle interruzioni di linea e sulla frequenza di occorrenza delle lettere – era che si trattava di un codice inglese e “le linee sono le lettere iniziali delle parole di un verso di poesia o simili“. Nonostante i molti sforzi in corso, le tracce finirono lì.

Il caso, non fu mai portato oltre queste inchieste. Anche se in molti sospettano che possa essere stato un suicidio, dato che il tema del libro era di non avere rimpianti quando la vita finisce. Quindi, una possibilità, poteva celarsi dietro una relazione  finita … forse Jessica Thomson?

L’indagine

L’esame autoptico, condotto dal Royal Adelaide Hospital, rivelò che l’ora della morte doveva essere avvenuta intorno alle 2 del mattino, in base al rigor mortis. Ad occuparsi dell’autopsia, fu il dottor John Barkley Bennett, che ad ogni modo, suggerì – inizialmente – che la causa della morte in caso di veleno non potesse essere accertata poiché questo influisce pesantemente sulle condizioni.

Il suo rapporto elencava la causa del decesso come insufficienza cardiaca, probabilmente causata da avvelenamento.

Eppure, il giorno dopo, un’autopsia completa rivelò maggiori dettagli. I muscoli delle gambe dell’uomo erano alti e tonici e, i suoi piedi, erano stranamente fini e a punta. Ciò suggeriva che aveva spesso indossato scarpe classiche da uomo a punta, eleganti e col tacco; (qualcuno disse che sembravano come quelle di un ballerino di danza classica). Ma la tonicità muscolare, unita alla raffinatezza, avvalorava plausibilmente l’ipotesi militare. Inoltre, le mani erano ben curate  e suggerivano che questi in vita non aveva svolto sicuramente lavori manuali.

Fu notato che le pupille erano più piccole del normale. La milza era tre volte la dimensione standard ed era  ingrossata. Il fegato era gonfio e conteneva sangue denso. Il suo stomaco presentava altro sangue, insieme ai resti di un pasto.

Queste osservazioni hanno rafforzato la tesi di avvelenamento, ma i test di laboratorio non hanno rivelato tracce di alcun veleno noto. Negli anni, le tecniche e la scienza hanno fatto passi da gigante, ma all’epoca i mezzi a disposizione non condussero oltre.

Anche il pasto fu analizzato, ed è risultato negativo. Il patologo che si occupò del caso, John Dwyer, era stupito che non fosse stato trovato nulla. Thomas Cleland, il medico legale, suggerì in seguito che c’erano delle sostanze potenzialmente dannose che si decomponevano nel corpo in poco tempo, senza lasciare tracce: i digitalici (tipo la strofantina). Dunque, l’ipotesi è che potrebbe essere stata usata erroneamente in questo caso, e si è poi decomposta prima che l’autopsia fosse eseguita. 

Un caso senza risposte

Stava diventando evidente che questo non era il semplice caso di un uomo che muore per cause naturali durante una vacanza sulla spiaggia. La polizia prese una serie completa di impronte digitali e le fece circolare in tutto il mondo in lingua inglese, senza alcun risultato.

Le foto sono state pubblicate su tutti i giornali australiani e una sfilza di parenti di persone scomparse è stata portata per identificare il corpo. Alla fine, nessuno si fece avanti. Quest’uomo non sembrava esistere in nessun registro ufficiale; né aveva qualcuno che lo cercasse e che fosse disposto ad identificarlo. Tutte le piste erano esaurite.

I mesi passarono senza nuovi indizi, fino a quando John Cleland, professore di patologia all’Università di Adelaide, riesaminò il corpo nell’aprile 1949, quattro mesi dopo il ritrovamento. Fu lui, infatti, a scoprire nella piccola fessura precedentemente inosservata, molto probabilmente destinata a contenere un orologio da tasca, le parole “Tamám Shud“.

Insomma, che si si fosse suicidato o no, questo pezzo di carta nascosto, fu il suo ultimo messaggio.

La frase, sembrava indicare che lo stesso era a conoscenza, in qualche modo, che il 30 novembre, sarebbe stato il suo ultimo giorno. 

Conclusioni – Il caso irrisolto di Tamám Shud

Le poesie di Khayyam, trattano di romanticismo, vita e morte. L’uomo di Somerton si era ucciso per aver sofferto? aveva forse il cuore spezzato? Nel giugno del 1949, più di sei mesi dopo il ritrovamento, il cadavere cominciava a decomporsi.

La polizia lo fece imbalsamare, e poi fece un calco in gesso della testa e della parte superiore del busto. La bara fu sigillata sotto uno strato di cemento. Jessica Thomson, morì nel 2007. Il marito nel 1995. Il figlio, che la coppia aveva adottato, morì due anni dopo la madre. All’epoca dei fatti, furono in tanti a sostenere che il ragazzo fosse il figlio della Thomson e dell’individuo senza nome.

Gli inquirenti, in merito al caso, dissero che finché non ci sarebbe stata una svolta, la sua tomba sarebbe rimasta con la scritta: “Qui giace l’uomo sconosciuto che fu trovato a Somerton Beach il 1° dicembre 1948“.

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Il caso irrisolto di Tamám Shud

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