Eterna dannazione: Caravaggio

Eterna dannazione: Caravaggio tra luce e oscurità

Eterna dannazione: Caravaggio il pittore stravagante, ossessivo, che ha vissuto tutta la vita in un gioco tra eccentricità e immortalità.

Particolare de “i Musicisti” – Ritratto dell’artista – 1595 ca. Olio su tela, 92,1 × 118,4 cm. New York, Metropolitan Museum of Art.

Eterna dannazione: Caravaggio, la storia del pittore Maledetto

Fulgido e oscuro. Controverso, ateo o credente? sono queste le domande che aleggiano intorno agli studiosi della pittura e biografia, di questo caliginoso artista.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.

Dalla piccola cittadina in provincia di Bergamo, prende nome uno dei capostipiti della pittura italiana del ‘600. Un pittore come pochi nella storia dell’arte. Un individuo stravagante e misterioso.

I critici più severi, hanno combinato una serie d’idee, concetti e preconcetti sull’artista.

Appare, sin da subito, un tipo bizzarro; cosa nota già ai suoi tempi. Ma poi, la storia, soprattutto agli inizi dalla sua carriera, lo circondò di giudizi severi, che si stanziarono nella sua vita, già tanto sofferta anche a causa della sua “discutibile condotta”.

Caravaggio, infatti, è giudicato spesso come un personaggio collerico e problematico. Perenne fonte di discussione da parte di coloro che rappresentano i ceti più abbienti . Vagliato come litigioso, ribelle e violento.

Eppure, la sua enigmatica figura, riesce ad innalzare profondamente il suo estro creativo, mostrando un’arte sentita, profonda e quasi visionaria; tutto ciò ci mostra uno specchio dell’anima e ci narra al meglio, di uno spirito inquieto e tormentato.

La sua pittura, rivalutata nelle diverse epoche storiche, non è più vista come motivo di “offesa” e di mancato decoro. Ma come un vero e proprio emblema del culto religioso.

La “nuda“ verità, che si spinge in aggiunta, oltre il visibile. Una libertà individuale, che rappresenterà un vero e proprio trionfo per l’artista.

La personalità

Considerato ateo e “contestatore di dottrine religiose”, arriva comunque, alla considerazione e alla stima della critica. Purtroppo, dovettero passare molti anni perchè tutto ciò gli fosse riconosciuto.

Dalle accuse di ateismo, devianze sessuali e, dubbia moralità fu detto praticamente di tutto su di lui che, per quanto narrano le fonti, non è che s’impegnasse poi molto a smentirle. A suo carico, furono tanti i biasimi, sfortunatamente molti non veri.

Ciò che infine, gravò in maniera irreversibile nella sua esistenza fu l’accusa di omicidio a suo carico.

Questo provocherà una macchia indelebile, che porterà disperatamente con sè, fino alla morte.

Correva l’anno 1606. Accadde che, durante una partita di pallacorda, (il tennis di una volta) – a seguito di una colluttazione – uccise Ranuccio Tomassoni da Terni. L’irreparabile.

Il fatto avvenne alla presenza del gran duca di Toscana, nei pressi del palazzo Firenze; (dove tutt’oggi c’è la via della pallacorda).

Caravaggio, e l’accusa di omicidio

Le fonti in realtà, non dicono chi dei due iniziò la discussione. Sebbene il ‘da Terni, non fosse del tutto un personaggio innocuo. Ma la colpa, ricadde tutta su Michelangelo per via del colpo sferrato; azione che ne determinò la morte.

Caravaggio fugge a Roma. Si ripara presso i feudi laziali dei Colonna, suoi protettori. Vi resta in attesa di guarire dalle ferite riportate nello scontro. Dai Colonna attende anche il verdetto.

La Condanna a morte, in contumacia, arriva.

Diserta a Napoli e poi a Malta, dove però viene anche imprigionato a seguito della sentenza. Riesce a fuggire, ma vive gli ultimi quattro anni della sua vita, spostandosi di luogo in luogo.

Da Siracusa, a Messina a Palermo. Sempre braccato e fuggiasco. In attesa che a Roma qualcuno si ricordasse di lui. Adoperandosi in modo tale da fargli ottenere la grazia.

Nell’anno 1610, sotto scorta, si reca a Port’ Ercole.

La grazia arriva.

Caravaggio si reca nel carcere, per sbrigare le formalità necessarie al suo rilascio. Purtroppo, poco dopo, sopraggiunge la morte, a 39 anni, nell’attesa del vascello che lo avrebbe ricondotto a Roma.

Eterna dannazione: Caravaggio e le opere maggiori

La morte della vergine rappresenta il fulcro del pensiero religioso di Caravaggio.

Morte della Vergine 1601-1604 olio su tela. 369×245 cm Musée du Louvre, Parigi

Considerato sacrilego e non trascendente, il dipinto è realizzato per la Chiesa di Santa Maria della Scala. Inizialmente respinto e, acquistato poi nel 1607, passa dalle collezioni del Duca di Mantova, al Museo del Louvre, dov’è tutt’oggi.

La Vergine

La Vergine è circondata dagli apostoli piangenti, sotto un grande drappo rosso che da un tocco teatralità all’ambiente cupo. Mostra un volto bello, ma disfatto dall’alito della morte. La mano sinistra cade abbandonata verso lo spettatore. La destra, poggia sul ventre rigonfio.

La simbologia del dipinto, in antitesi con una madonna dal volto giovane, (rispetto al passato) è associata alla Chiesa stessa.

Il ventre gonfio (si diceva che si fosse ispirato ad una prostituta morta nel Tevere ) non rappresenta il rigonfiamento dopo la morte. Ma la religione intesa dal pittore come saldo principio.

Un “ventre pieno di Grazia“, sempre gravida come la “Grazia Divina“, ovvero il Corpo di Cristo.

Gli Apostoli sopraffatti dal dolore, sono illuminati dalla sua luce, e si dispongono in modo da formare con il braccio della vergine, una croce trasversale.

Caravaggio, la storia del mito

Grazie all’appoggio del Cardinale Federico Borromeo, il maggiore esponente della nuova controriforma cattolica, Caravaggio fu interprete autonomo della stessa controriforma.

A tratti esagerato nei suoi dipinti, rispecchia perfettamente la nuova corrente di pensiero che mira a un ritorno alla purezza e alla povertà. Ciò significa un ritorno alle origini della Chiesa stessa, in netta contrapposizione con lo sfarzo rinascimentale.

Probabilmente l’incontro tra Caravaggio e Borromeo, avviene nel 1595, quando il Cardinale affida all’amico del Monte, i lavori di pittura per l’Accademia di San Luca.

Borromeo è anche parente di Costanza Colonna marchesa di Caravaggio, al cui servizio c’è il padre del pittore. Se ne deduce che forse era una vecchia conoscenza.

Nel 1597, due anni dopo, finanzia anche la costruzione dell’altar Maggiore della chiesa dei Filippini; la già Santa Maria in Valicella.

Nel 1602, Caravaggio dipinge per la stessa chiesa ” Deposizione ” attualmente situata nella pinacoteca Vaticana.

Deposizione

Deposizione: 1602-1604 olio su tela. 300×203 cm Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano

In “Deposizione” un impatto molto forte, quasi violento. Notiamo subito il contrasto con i dipinti prematuri.

Il pesante impatto drammatico è reso profondo dalla stessa composizione.

La sensazione è che il soggetto, nasce quasi dall’oscurità nel gioco di luci e ombre.

Incarna la passione del Cristo.

I personaggi compressi tra loro, mostrano una grave plasticità. Tutto assume una caratteristica monolita.

Sullo sfondo buio a destra, con le braccia sollevate al cielo (come a emulare la croce) c’è la Maria di Cheofa.

La Vergine, coperta dal velo, con il volto segnato dal tempo, protende la mano a mezz’altezza.

Il Corpo di Gesù scolpito dall’impeccabile chiaroscuro, sorretto dal San Giovanni, appare con il braccio in appiombo che tocca terra mentre tocca il sepolcro.

Caravaggio, il pittore degli umili

La bellezza dello straordinario effetto ottico è data dalla pietra, che da sola allude al Cristo stesso.

Rende a regola d’arte l’effetto trompe l’oeil, grazie all’angolo che sporge verso lo spettatore.

Sembra quasi voler uscire dal quadro.

In basso a sinistra, una pianta verde, (più volte rappresentata nei lavori del Merisi) simboleggia la resurrezione.

La vergine, con il volto rugoso e segnato dal dolore di una madre che perde un figlio, rende quella che è la sua umanità.

Il San Giuseppe, dal volto simile a quello di un contadino, evidenzia tratti marcati e accentuati dalle orbite infossate. Le Gambe, rozze, possenti segnate dalle vene, ne danno un accento ponderoso.

Il messaggio è rivolto dunque ai poveri e agli umili, non a caso egli è definito:

pittore degli umili“.

Insieme a questa, anche “San Matteo e l’Angelo” 1601 (museo di Berlino).

San Matteo e l’Angelo 1602 – San luigi dei Francesi Roma

Poi La “Vocazione di San Matteo” 1599-1600 (Roma, chiesa di San Luigi dè Francesi.

La vocazione di San Matteo 1599-1600 San Luigi dei Francesi /Roma

Queste opere, nel mondo ecclesiastico non sono accettate.

Opere considerate indecorose

Eppure, nella “Vocazione” stessa, è racchiuso un messaggio importante: la conversione.

L’opera narra la storia della redenzione di Matteo, poi Santo, che da esattore delle tasse e peccatore si redime. La scena mostra Gesù nel riquadro a destra. Al suo fianco c’è Pietro, simbolo della chiesa stessa.

Il gesto di alzare il braccio, proteso verso Matteo è illuminato dalla luce: la “grazia divina” che attira sia lo sguardo del santo, che quello di altri due giovani. Caravaggio, nel rappresentare il denaro a sinistra, sottintende la cupidigia terrena.

Quasi contemporaneo è il “Martirio”. La luce gioca un ruolo fondamentale.

Il Martirio 1599-1600 olio su tela – 323×343 cm Chiesa di San Luigi dei Francesi, Roma

Il bagliore squarcia le tenebre con veemenza e fa risaltare al centro il carnefice che atterra e trafigge Matteo.

Dal costato del Santo sgorga del sangue come in quello del Cristo. In alto, l’angelo porta la palma simbolica del martirio, alla mano protesa del ferito.

Il riverbero esplode nel tumulto. Il ragazzino a destra fugge inorridito. A sinistra, con la luce che scolpisce ogni singolo personaggio, la folla è sgomentata.

Sul fondo a destra, l’uomo con il cappello, altri non è che lo stesso Caravaggio, dal volto addolorato, spettatore passivo di tutta la scena.

Sul volto dell’oppressore, c’è lo stesso sgomento; la luce che irradia il Santo è della stessa intensità del perdono.

Caravaggio e gli anni a Napoli

Dopo essere fuggito da Roma, dipinge la Madonna del Rosario, oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Madonna del Rosario olio su tela. 364×249 cm Kunsthistorisches Museum, Vienna

L’opera è destinata a Luigi Carafa Colonna, Nipote della marchesa omonima, protettrice del Caravaggio. Dipinta per la festività del Rosario è istituita per festeggiare la Vittoria di Lepanto contro i turchi del 7 ottobre 1571.

Tra le opere più affascinanti c’è Sette opere di misericordia oggi a Napoli, nella Chiesa di Pio Monte della misericordia.

Sette opere di Misericordia 1606-1607 olio su tela. 390×260 cm Pio Monte della Misericordia, Napoli

La composizione è estremamente dinamica. Anche la rappresentazione scandisce i singoli episodi.

Ben scandita e suddivisa dagli stessi piani illuminati nell’intersecazione di luci e ombre. Si notano oltretutto anche gli spazi vuoti e riempitivi degli edifici.

Le scene hanno una forte vitalità che si svolge dal basso verso l’alto, come in opposizione.

Eterna dannazione: Caravaggio e le sette opere di Misericordia

Le figure del quadro sono una scelta attenta al soggetto e alla mera rappresentazione delle vicende evangeliche.

A destra:

  • seppellire i morti, dove c’è il trasporto di un cadavere del quale si vedono solo i piedi.
  • visitare i carcerati
  • dar da mangiare agli affamati.

A sinistra:

  • vestire gli ignudi, (riferito a San Martino, che donò al povero una metà del suo mantello).
  • curare gli infermi, San Martino che nello stesso soggetto curò anche un giovane storpio.
  • Dar da bere agli assetati. Nella parabola di Sansone, che nel deserto beve da una mascella d’asino, l’acqua che il signore ha fatto miracolosamente sgorgare.
  • ospitare i pellegrini. Allude alla figura dell’uomo, che indica al viandante, ritratto nelle vesti di San Giacomo.

Successivamente dipinge “La Flagellazione”. I corpi, massicci e possenti, (che hanno perso un po’ la plasticità iniziale), sembrano scolpiti dalla luce.

Eterna dannazione: Caravaggio
Flagellazione 1607-1608, olio su tela 286×213 cm Museo nazionale di Capodimonte, Napoli.

I corpi gretti dei due carcerieri sono la tipicità del Caravaggio, con un richiamo, sebbene meno evidente nella plasmabilità a “deposizione“.

Inoltre, i carcerieri sono sfumati dall’ombra stessa. Poi la stola bianca, più volte ripetuta nei suoi quadri, è un forte richiamo al “tema della lacrima”.

Caravaggio e l’arrivo a Malta

Merisi si reca a Malta. Era il 1607. Arrivato alla Valletta, il suo lavoro assiduo, lo strappa alla povertà e poi lo fa ammettere nell’Ordine dei Cavalieri.

In quel periodo i Dipinge un paio di ritratti del Cavalier Adolf de Wignacourt, oggi al Louvre, gran Maestro dell’Ordine;

Nel 1608, dipinge, “Decollazione di San Giovanni “, rimasto a La Valletta.

Eterna dannazione: Caravaggio
Decollazione di San Giovanni /1608 – olio su tela. 361×520 cm Concattedrale di San Giovanni, La Valletta

Il martirio del protagonista ha lasciato la critica sconcertata.

Nel dipinto si nota il sangue che sgorga dal collo del Santo. Caravaggio si firmerà:

<< F ( rà ) Michel Angelo >>.

L’allusione è alla pena capitale che lo perseguita provocandogli angoscia. Dello Stesso anno: “Seppellimento di Santa Lucia“, Siracusa Chiesa di Santa Lucia.

“Resurrezione di Lazzaro” 1609, Messina, Museo Regionale. “Adorazione dei Pastori” 1609, Messina Museo regionale.

Molti dei quadri dipinti dal Caravaggio, proprio a causa dei soggetti non concordi con l’iconografia classica, furono destinati a collezioni private.

Eterna dannazione: Caravaggio e il ritorno a Napoli. Era l’autunno del 1609

Al suo rientro, subisce un’aggressione. Riporta gravi lesioni. Le fonti parlano di un arresto.

Sotto il dominio Spagnolo, a Napoli, spiccava la figura del viceré Juan Alonso Pimentel y Herrera.

Le sue opere sono famose e viene trattato con un occhio di riguardo. Continua a lavorare.

Caravaggio: “David con la testa di Golia” 1610
Eterna dannazione: Caravaggio
Davide con la testa di Golia. Olio su tela (125×100 cm) realizzato tra il 1609 ed il 1610. Galleria Borghese, Roma.

Oggi il quadro si trova a Roma, presso la Galleria Borghese. Rappresenta il “canto d’addio”, del pittore.

Nell’opera funesta, lo spazio nasconde parzialmente David. Nella penombra si scorge appena la mano che regge la spada affilata.

Inoltre, si ha la sensazione che il corpo, si formi dalla rifrazione della luce, che fa perdere la durezza dei corpi visibili in altri dipinti.

Un giovane, David tiene con mano ferma, la testa di Golia dalla fronte insanguinata, perché colpito da una sassata. Golia è lo stesso Caravaggio, in un’auto ritratto provocatorio.

La fine che avrebbe fatto se non avesse ricevuto la Grazia. Segno del suo pentimento e della sua Redenzione.

Dunque, l’autore ammette la propria colpa, ricordando l’invocazione alla misericordia e del perdono al Pontefice.

La grazia, come sappiamo, arriva. Ma nulla lo ripagherà mai delle notti insonni, in preda all’ansia e all’inquietudine che finiscono per cambiarlo. Eterna dannazione: Caravaggio.

Tuttavia, il sentimento, che notiamo nelle opere ultime, è fonte di tutto questo marasma. Forse è lo stesso motivo per il quale le “teste mozzate” di Caravaggio hanno un particolare in più.

Continuano a urlare anche dopo il decesso. Simbolo di una morte più profonda, che va oltre quella fisica del corpo. La morte dell’anima, che grida la sua eterna dannazione.

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