Pieter Paul Rubens

Opera (1636-1638) del fiammingo Peter Paul Rubens

Pieter Paul Rubens: il mito di Saturno

Pieter Paul Rubens, Saturno che divora uno dei suoi figli

Pieter Paul Rubens

Quel lembo di carne viva che viene strappata dal petto del neonato con un morso feroce, è senza dubbio il baricentro visivo ed emotivo di questo dipinto eseguito da Pieter Paul Rubens tra il 1636 e il 1638. Sembra quasi di poter avvertire il dolore fisico – lacerante, appunto – provato dal bambino; un dolore espresso dalla posa scomposta del corpicino e dall’espressione stravolta del suo viso.

E a ben guardare, notiamo anche delle lacrime che affiorano dai suoi occhi… Gli occhi, da sempre specchio dell’anima e, in questa caso, di un’anima innocente che si sta spegnendo.

A questa straziante immagine di innocenza e debolezza fa da contraltare l’espressione famelica, vorace e maligna del vecchio Saturno; come una belva inferocita si avventa sulla sua preda. Non c’è dubbio: questo Saturno che divora uno dei suoi figli è una delle scene più cruente e convincenti che ci siano state consegnate dalla storia dell’arte; e soprattutto da un artista di grande impatto qual è Rubens, pittore fiammingo e vertice della pittura barocca.

Solitamente, la pittura di Rubens, con la sua ridondanza di forme e colori, emana un’immensa gioia di vivere; generata dal fatto che la vita del pittore fu essenzialmente felice. Pittore colto al pari dei grandi maestri del Rinascimento italiano, la sua carriera strepitosa lo portò fino ai piani più alti della scala sociale; tanto da potersi rivolgere confidenzialmente ai re Filippo IV di Spagna e Carlo I d’Inghilterra.La furia del pennello”, formula che dobbiamo allo storiografo italiano Giovan Pietro Bellori (1672), condensa la più bella definizione dell’esuberanza rubensiana.

Pieter Paul Rubens: Vita e Morte

E di furia, nell’opera qui presa in esame, ce n’è sicuramente tanta. Riferendoci al pennello di Rubens abbiamo parlato di gioia di vivere, un concetto che stride molto con la scena raffigurata, dove regnano l’annientamento e la morte. Ma dove c’è la morte c’è anche la vita, e viceversa; così anche il nostro vecchio dio Saturno, seppur nella sua mostruosità, esprime un accanimento del tutto umano alla vita. Per spiegare questa apparente discrasia dobbiamo necessariamente tornare agli albori della civiltà occidentale inscenata, nella sua fantasia e poeticità, dalla mitologia greca.

Gli antichi racconti sui primordi del Mondo raccontano della superbia dei Ciclopi e dei Centomani, figli di Urano (il Cielo) e di Gea (la Terra), che non volevano più sottostare al volere del loro padre. Così Crono ordinò a Gea di spalancare le sue fauci e di inghiottire i loro figli precipitandoli nel Tartaro, ovvero nei recessi più profondi della Terra. Gea ubbidì, ma ormai tra i due si era insinuato il seme dell’odio. Così, un giorno, ella chiamò a raccolta i Titani, altri suoi figli che non avevano osato ribellarsi a Crono e perciò ancora liberi, e li aizzò contro il loro padre, incitandoli alla ribellione. Ma tra essi soltanto uno rispose all’appello di Gea: Saturno, il Titano più giovane e scaltro!

Con la complicità della madre, Saturno fabbricò una falce affilatissima con cui, nottetempo, squarciò Crono, il Cielo suo padre, che, prima di ritirarsi sconfitto e cedergli così il trono del Mondo, gli lanciò una maledizione: da delitto nasce sempre un delitto, e prima o poi anche Saturno sarebbe stato sconfitto e rovesciato da un suo stesso figlio!

Saturno e la maledizione di Crono

E così la paura e il sospetto si annidarono nel cuore del giovane dio, che ormai doveva vivere guardandosi continuamente le spalle… E così, per evitare che la profezia di Crono si avverasse, Saturno prese a divorare tutti i figli avuti da Rea, una dei Titani che aveva preso in sposa.

Il cuore di Saturno si era indurito a tal punto da abbandonarsi a quello che è, forse, il gesto più truce che un essere umano possa compiere: l’uccisione dei propri figli! Per mettere fine a questa barbarie, Rea sostituì suo figlio Zeus con una pietra che Saturno divorò in preda alla follia e alla paura. Zeus crebbe così nascosto in una grotta e, diventato adulto, diede al padre una sostanza da bere, grazie alla quale Saturno rigettò tutti i cinque figli che aveva inghiottito: Demetra, Poseidone, Ade, Era, Estia.

A questo punto scoppiò una decennale guerra dei sei figli – incluso Zeus – contro Crono che capeggiava i Titani; una guerra che si concluse con la vittoria di Zeus che rinchiuse i vinti giù nel Tartaro. Secondo una leggenda più tarda, Crono si riconciliò con il figlio Zeus – diventato nel frattempo re dell’Olimpo e degli Dei – e andò a vivere sull’Isola dei Beati nell’Oceano Atlantico o in Lazio.

Come tutti i miti greci che si rispettino, anche la storia di Crono, saturno e Zeus ha una morale, e cioè che nemmeno un dio può sfuggire alla propria sorte e, soprattutto, al rimorso di coscienza che è uno degli spettri più temuti dagli uomini. E per sfuggire a questa persecuzione, alcuni rinunciano alla loro umanità, arrivando a compiere i gesti più folli, efferati ma anche disperati.

Rubens, erede dello stile fiammingo

Tornando alla tela di Rubens, è proprio per via della storia che abbiamo narrato, che anch’essa esprime vitalità; nonostante lo spettacolo raccapricciante che ci viene presentato: il vecchio Saturno, in un eccesso disperato di attaccamento alla vita, arriva a stroncare la vita del sangue del suo sangue; perché, in fondo, si tratta di un dio che ha molto di umano in sé, con tutte le sue paure, debolezze e caparbietà nel non volersi rassegnare all’inevitabile.

Rubens imprime energia all’intera composizione, grazie anche all’attenta resa della muscolatura di Saturno; la cui figura riprende le fattezze di due illustri precedenti scultorei: il “Torso del Belvedere” e, soprattutto nella posizione delle gambe, il “Mosèdi Michelangelo; opere che l’artista ammirò dal vivo durante un suo viaggio in Italia tra il 1600 e il 1608.

A rendere la scena ancora più atmosferica, voluminosa e coinvolgente – proprio secondo i principi del Barocco – concorre sicuramente la raffinatissima tecnica pittorica; erede dello stile fiammingo che procede per sovrapposizioni di strati pittorici molto sottili e di vernici trasparenti che, col tempo, conferiscono ai quadri la luminosità dello smalto. Le composizioni, così, risultano leggere, aeree e “aperte” verso l’osservatore che ne viene risucchiato e diventa partecipe delle scene rappresentate.

Chiudiamo con un’ultima curiosità: Rubens raffigura in questa tela, a lato del dio Saturno, l’immagine astronomica dell’omonimo pianeta che appare formato da tre corpi, esattamente come lo aveva descritto Galileo. È un’eloquente dimostrazione dell’influenza esercitata dalle scoperte celesti galileiane sul mondo dell’arte.

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