Parma. 4 agosto 1989. Ferdinando Carretta, all’epoca 27enne, si procura una pistola: una Walther calibro 6.35. Uccide il padre, la madre e il fratello Nicola, sieropositivo, di 4 anni più giovane. I rapporti non erano facili, sempre tesi e, in quello che lo stesso descriverà più tardi come “un istinto bestiale“, metterà a segno la sua follia omicida.

In via Rimini, al n.8, le liti erano all’ordine del giorno. Quello che caratterizzerà una persona fragile ed emotivamente instabile come Ferdinando, sarà il culmine e, l’epilogo, di una vita di isolamento sociale caratterizzata da una prevaricazione più che altro paterna. I corpi dei tre – come l’arma del delitto – non saranno mai ritrovati. Ferdinando dichiarerà di averli nascosti nella discarica di Viarolo (frazione  in provincia di Parma).

Ferdinando Carretta: preludio di un omicidio

In data 28 agosto, in una fabbrica vetraria, iniziano a notare l’assenza di Giuseppe Carretta, cassiere dell’attività. Le vacanze estive, sono finite. Tutti erano rientrati ma Carretta, a distanza di giorni, non aveva dato sue notizie. Alcuni colleghi preoccupati, vanno a cercarlo. Ma non vi è traccia di lui né della sua famiglia. Decidono di far sfondare la porta dell’appartamento. Ma trovano qualcosa di anomalo. Tutto è perfetto, pulito.

Eppure, è chiaro fin da subito che più cose non quadrano. Dei Carretta nessuno ha informazioni da tempo. Di Giuseppe, Marta (moglie) Nicola e Ferdinando non si hanno notizie. Viene chiamata la polizia. Dalle prime indagini, si evince che i Carretta sono partiti nella notte tra il 4 e 5 agosto con il loro Camper. Secondo le prime indiscrezioni, avevano progettato una lunga vacanza tra la Francia e la Spagna. Tuttavia, dal presunto giorno della partenza, nessuno avrà più ragguagli su di loro.

La polizia a questo punto esamina i conti bancari. Non risultano movimenti, eccetto due prelievi importanti, datati 8 agosto: tre giorni dopo la partenza dei Carretta. Sul documento, risulterà il nome di Ferdinando. Il figlio più grande.

Il giovane, ritira cinque milioni di lire dal conto del padre; poi un altro milione da quello del fratello. Gli assegni, come si vedrà in seguito, avevano firme false. Poi, l’8 agosto, anche lui sparisce nel nulla.

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In data 19 novembre, viene ritrovato il camper. Il primo a darne segnalazione è uno spettatore del programma “Chi l’ha visto?” in una telefonata in diretta TV. Un vero e proprio colpo di scena! La polizia, arrivata sul posto, troverà il veicolo in condizioni perfette. Nessun segno di infrazione.

Nella zona di San Vittore, vicino alla stazione dei treni, il camper si mostrava alle autorità in condizioni impeccabili. Tutto era in un ordine quasi maniacale. Unica nota stonata, un un quotidiano del 9 agosto, quattro giorni dopo la partenza dei Carretta. Nulla lascia pensare ad un abbandono del mezzo, tranne le diverse testimonianze dalle quali si riscontra come il veicolo fosse lì da giorni. I vari quotidiani, iniziano a parlare di “fuga”, ma le indagini barcollano. Non c’erano certezze e tutto fu depistato da numerosi avvistamenti della famiglia in varie zone del mondo: Caraibi, Spagna, Venezuela. Qualcuno ipotizzò che Giuseppe Carretta fosse implicato in fondi neri da lui gestiti per conto dell’azienda. Ma tutto fu solo “fumo”, frutto di fantasie e prive di veridicità.

Intanto gli identikit vengono diramati. Ciò nonostante, indizi, supposizioni, ipotesi e quanto altro vengono sommersi da notizie infondate e avvistamenti risoltisi con un nulla di fatto. Successivamente e, per un motivo ben preciso, si scoprirà che qualcuno aveva seminato false informazioni sulla famiglia, e sui diversi avvistamenti. Gli identikit, venivano rielaborati al computer, mostrando la famiglia a Cuba o in sud America e questo creò non pochi impedimenti alle indagini. Il colpevole fu individuato e fermato dai carabinieri. Tuttavia, l’inchiesta era a un punto morto. Passano 9 anni. Il caso sembra arenarsi.

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Londra. 22 novembre 1998. Un Pony Express, venne fermato e multato per divieto di sosta. L’uomo era un 36enne di nome Ferdinando Carretta. L’agente di Scotland Yard, lo identificò come “Italiano. di Parma – nome intero Antonio Ferdinando Carretta”- scomparso dal lontano 1989. L’Interpol Londinese, contatterà la polizia Italiana che invierà, per interrogarlo, il magistrato titolare dell’inchiesta: Francesco Saverio Brancaccio che volerà a Londra per interrogarlo sul caso.

L’uomo dirà inizialmente di aver perso le tracce dei suoi familiari da nove anni e di non avere più notizie da tempo. Tuttavia, accade l’incredibile. La trasmissione “Chi l’ha visto?”, che seguirà il caso fin dall’inizio, si recherà a Londra. Sarà Giuseppe Rinaldi – autore del programma – a intervistare Ferdinando Carretta. Alla domanda “Cosa è successo quella sera del 4 agosto?” – oltre ogni aspettativa – questi dirà:

Ho preso quella pistola e ho sparato ai miei genitori e a mio fratello“. Era il 30 novembre 1998. E aggiungerà: “Un atto di follia. Un atto di follia completa”.

Lo sguardo, vuoto, perso, cha lasciò cadere il senso della dimensione umana, provocò perplessità anche gli inquirenti.

Rinaldi, in seguito dichiarerà:

“Quando io parlo con Ferdinando Carretta, e lui mi confessa tutto quanto e nei giorni successivi, verificando attraverso domande, che tutto quello che abbiamo detto era tutto quanto vero – ma io fin dal primo istante gli avevo creduto – per me sono in venute fuori due situazioni, cioè: da una parte io sapevo che per me era una cosa importante, avevo una verità che nessuno al mondo sapeva; dall’altra parte, con lo stesso peso e, non nascondo a dirlo, ancora di più la paura che Ferdinando potesse fare una sciocchezza, cioè io durante quei giorni, quello che dicevo a me stesso era che dovevo sopravvivere questa storia”. [cit. Linea d’ombra – trasmissione del 2010].

Ferdinando Carretta confessa. In una lucidità inquietante, racconterà alla trasmissione la sua versione dei fatti. Versione che, nonostante tutto, dovrà essere verificata. Il compito sarà affidato ai RIS di Parma. Bisognerà, infatti, accertarsi che quanto detto dallo stesso risulti vero. Purtroppo, a distanza di 9 anni, l’operazione apparirà disperata. La casa dei Carretta è stata affittata e ripulita più volte e questo ha irrimediabilmente compromesso ogni traccia.

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Com’è stato possibile, a questo punto, ritrovare indizi di un omicidio? Il lavoro fu lungo e insoddisfacente. Eppure, gli agenti del RIS, partendo dai locali nei quali Ferdinando confessò di aver ucciso – e poi trasferito – i corpi, riescono miracolosamente a trovare una traccia. Con l’uso del luminol, un composto chimico che a contatto con l’emoglobina del sangue sviluppa una luminescenza blu elettrico, riscontrarono in bagno segni di DNA.  L’imputato dichiarò di aver messo i corpi nella vasca, al riparo dalle temperature estive. Un agente troverà sulla fibra della cordicella della doccia una macchia scura (bruna) di un paio di centimetri. Il composto chimico: è Sangue! 

Sempre in bagno, dietro un portasapone di porcellana, che sarà poi smontato, un’altra striscia marrone confermerà altre tracce ematiche. Il laboratorio analisi avvalorerà la tesi di un mix di sangue umano, maschile e femminile. Purtroppo, nonostante le ricerche dei corpi, le vittime non saranno ritrovate e inizialmente il confronto con il DNA sembrerà un’utopia. Si decise di agire per vie alternative. Optarono per riesumare i corpi dei nonni di Ferdinando. In un controllo incrociato con il loro DNA e quello delle zie dell’uomo. Le analisi confermeranno la compatibilità: si tratta dei Carretta. Ferdinando, amaramente, aveva detto la verità.

Massimo Picozzi, psichiatra, criminologo e scrittore, dirà*:

“Ferdinando Carretta, ha ucciso suo padre sua madre e suo fratello e lo ha fatto perché si sentiva oppresso. Soprattutto da suo padre, oppresso addirittura a livello fisico; pian piano i pensieri di Ferdinando si sono organizzati in un delirio, un delirio dalla strana forma. Ferdinando aveva cominciato ad avvertire che il suo corpo stava cambiando. Vedeva l’addome e il volto gonfiarsi e gonfiarsi, gli stava succedendo qualcosa di terribile.”

E aggiunge:

“Per gli psichiatri è facile trovare un nome per quella caratteristica: si chiama appiattimento affettivo; significa che il pensiero delle parole impiegate per esprimerlo non si portano dietro vivacità ed emozioni. Spesso è un sintomo di psicosi”.

15 novembre 1999, Parma. Corte d’Assise d’Appello. Ferdinando Carretta viene riconosciuto colpevole dell’omicidio dei genitori e del fratello minore. Ciononostante, verrà assolto perché totalmente incapace di intendere e volere.

<<Secondo la perizia psichiatrica, all’epoca dei fatti, Ferdinando Carretta presentava una psicosi schizofrenica, caratterizzata da delirio con idee paranoidi e false percezioni della realtà; un quadro causato da un disturbo evolutivo da una situazione di isolamento sociale dall’assenza di relazioni adeguate tra i membri della famiglia; Ferdinando aveva sviluppato una personalità dai tratti ossessivo compulsivi, successivamente evoluta in psicosi delirante>>. [cit.]

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Ferdinando, sarà comunque riconosciuto come una persona “socialmente pericolosa”. Per questo motivo, resterà per ben 5 anni nell’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Il 21 febbraio 2004, il tribunale concederà a Ferdinando la semilibertà, cui seguirà nel 2006 l’affido ad una comunità di recupero di Forlì. La libertà vigilata arriverà in seguito.

Maggio 2015. Dopo 9 anni di detenzione, Ferdinando Carretta è libero. Il magistrato di sorveglianza di Bologna decide che può lasciare la comunità. Carretta ha 52 anni. Sembra riprendere la sua vita. A detta di coloro che lo hanno seguito in questo lungo percorso, l’uomo ha seguito dei corsi di informatica dedicandosi anche ad altre attività. Confessò di desiderare una nuova vita e una nuova famiglia. Inizialmente non tornerà nella casa paterna, parlando addirittura di tornare all’estero. Oggi vive a Forlì, in una casa acquistata con i soldi dell’eredità intascata dopo aver ucciso la famiglia.

Quella notte di follia, del lontano 1989, la vita di Ferdinando Carretta cambierà per sempre. E non solo la sua.

Massimo Picozzi*: “Anche se oggi Ferdinando Carretta ha un suo spazio un suo lavoro fatto di impegno e di rapporti con i colleghi, la strada non è ancora finita e accanto a lui pronti a sostenerlo ci sono sempre medici e psicologi. Onora il padre e la madre, dice la Bibbia, ma Ferdinando Carretta si è spinto al limite e ha superato il confine, condannato a un dolore che non lo lascerà più”.

Che abbia compiuto o meno il suo percorso di riabilitazione, oggi a poco più di 30 anni da quel lontano giorno, per molti e soprattutto per lo stesso, sarà impossibile dimenticare questa storia. Ferdinando, ha impiegato molto tempo a respingere il suo delirio esistenziale. Un disagio tale da averlo invaso al punto da non cercare nessun’altra soluzione.



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