Il flusso eterno di una coscienza colpevole

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Il flusso eterno di una coscienza colpevole
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Il flusso eterno di una coscienza colpevole: Le Danaidi di John William Waterhouse

Alcune donne giovani e belle, statuarie come dee greche, sono intente a versare dell’acqua contenuta in delle anfore in un grande bacile di bronzo aperto in tre punti che lasciano inevitabilmente e inesorabilmente fuoriuscire l’acqua verso il basso.

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Le Danaidi, nell’interpretazione di John William Waterhouse, 1902

Ma chi sono queste fanciulle dall’espressione mesta e pensosa? Si tratta delle Danaidi, protagoniste di un racconto della mitologia greca, così come le ha immaginate il pittore inglese tardo preraffaellita John William Waterhouse. L’artista ha dedicato a questo soggetto due quadri, dipinti rispettivamente nel 1903 e nel 1906. Come mai Waterhouse era così interessato alla figura delle Danaidi? Scopriamo insieme la loro storia.

Esse erano le cinquanta figlie di Danao, re della Libia. Il fratello gemello di Danao, Egitto, avrebbe voluto dare le nipoti come spose ai suoi cinquanta figli. Ma Danao, non fidandosi del fratello per antichi motivi, architettò con le figlie un piano crudele.

Accettò la proposta di Egitto, ma consegnò alle figlie dei pugnali con cui avrebbero dovuto uccidere i cugini la prima notte di nozze. Così fecero quarantanove Danaidi che, dopo aver tagliato la testa ai loro mariti, le gettarono nella palude del Lerna.

Ipermestra, invece, innamorata di suo marito Linceo e consigliata dalla dea Artemide, non volle ucciderlo e per questo fu imprigionata da suo padre.

In seguito, le fanciulle furono purificate dal loro delitto da Ermes e da Atena; Ipermestra fu infine liberata e visse felice con suo marito Linceo. Quanto a Danao, egli riuscì infine a sposare le Danaidi indicendo dei giochi nei quali i vincitori erano premiati con la mano delle sue figlie. Diedero così inizio alla stirpe dei Danai da cui discesero poi i Greci.

Il flusso eterno di una coscienza colpevole: Le Danaidi

Ma il rancore, il risentimento e il desiderio di vendetta, questo si sa, sono sentimenti difficilmente estirpabili dall’animo umano e anzi; essi sanno radicarsi a fondo fino a far germogliare le piante più letali e velenose… Più tardi, infatti, Linceo uccise tutte le cognate e il loro padre per vendicare l’assassinio dei suoi fratelli. Le Danaidi furono gettate nel Tartaro (gli Inferi della mitologia greca) dove furono costrette a versare continuamente l’acqua in un contenitore senza fondo.

Un po’ come i nostri vecchi detti popolari, anche i miti greci hanno un riscontro moralizzante nella vita dell’uomo; infatti, l’odierno modo di dire “botte delle Danaidi” o “vaso delle Danaidi” è usato in riferimento a progetti o azioni faticosi e presumibilmente irrealizzabili.

In un’ottica più universale, invece, la storia di queste assassine punite, poi redente e infine eternamente condannate, ci porta a considerare attentamente la portata delle nostre azioni e l’influenza genitoriale, perché quella ineffabile entità che alcuni chiamano destino, altri karma e altri ancora più semplicemente coscienza, ci osserva attentamente e, quando meno ce lo aspettiamo, può presentarci un duro conto da pagare.

Dal canto suo, la lettura che Waterhouse fa di questa vicenda intrisa di amore, odio, sangue e punizione ci porta proprio giù nelle profondità del Tartaro, per assistere da vicino all’eterna condanna di queste affascinanti assassine.

Le Danaidi raffigurate dall’artista britannico offrono un sottile connubio tra malinconia e sensualità. In entrambe le versioni, i seni di una delle sorelle sono esposti come una sorta di “offerta” potenzialmente eccitante; tuttavia, il tono pallido e l’incarnato lunare della pelle ricordano la modestia e la pudicizia delle sculture neoclassiche.

L’artista, le tecniche e lo sguardo sulle prime avanguardie

Inoltre, i delicati panneggi e le pieghe delle vesti avvicinano le fanciulle alla statuaria greca e, in particolare, alle Cariatidi dell’Eretteo sull’Acropoli di Atene.

Questo tipo di pacato erotismo era comune nella poetica preraffaellita e, più in generale, nell’arte inglese edoardiana di quel periodo; nonostante ciò, i critici d’arte non accolsero con favore questi quadri. La rivista Athenaeum, ad esempio, paragonò le donne dipinte da Waterhouse a delle stanche ed ansiose casalinghe oppresse dalle eterne pulizie domestiche!

Altri osservatori, invece, puntarono il dito contro la tecnica dell’artista, asserendo che quella tavolozza scura e le luci spente che caratterizzavano la produzione degli anni Novanta dell’Ottocento, erano ormai fuori moda a inizio Novecento, quando sulla scena artistica cominciavano ad affacciarsi le prime avanguardie.

Giasone e Medea – 1907 – Il flusso eterno di una coscienza colpevole

Al di là di queste valutazioni tecniche ed artistiche, le Danaidi segnano, insieme ad altri dipinti, un punto di svolta nella produzione di Waterhouse, quantomeno per il ruolo assegnato alle donne. In vari dipinti precedenti, infatti, il pittore aveva raffigurato tutta una serie di donne pericolose quali maghe, streghe e incantatrici – una su tutte la mitologica Medea – che causavano distruzione attraverso filtri, pozioni e liquidi magici e nefasti. Stavolta, invece, non siamo al cospetto di “femme fatales”, ma di donne vittimizzate e punite attraverso un liquido – nello specifico, l’elemento acquatico.

Le Danaidi e la loro eterna dannazione

Inoltre, la loro punizione è simbolicamente enfatizzata dalle cime rocciose che chiudono e “soffocano” l’orizzonte come le mura di una prigione (un espediente giù utilizzato ne Il cerchio magico del 1886, dove una maga celtica è alle prese con un rituale esoterico) e dagli artigli e dal ringhio minaccioso del bacile dove le Danaidi versano l’acqua. La postura e la disposizione ritmica delle figure, infine, rendono nettamente l’idea di una lenta, mesta ed eterna processione ciclica, un po’ come lo scorrere inesorabile delle ore e del tempo; un tempo “sospeso” che qui sembra essersi arrestato per un momento.

Dipinto di John William Waterhouse (1886) che rappresenta la tracciatura del cerchio

Qual tanto che basta per indurci a riflettere sul destino delle Danaidi e a compartecipare empaticamente alla loro punizione, mentre lo scrosciare dell’acqua e i sospiri delle donne sono gli unici suoni che, come un’eco implacabile, risuonano dentro la nostra coscienza.