La femme fatale e il suo fascino pericoloso

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La femme fatale
Ambigua sensualità: il fascino pericoloso della femme fatale fra Preraffaellismo e Simbolismo

La lunga chioma fluente, corvina come la notte o rossa come il fuoco della passione… La bocca carnosa e volitiva, un po’ indurita dalla linea tagliente del mento… Lo sguardo ombroso e penetrante. Sono queste le caratteristiche fisiognomiche di una creatura che, proprio come un fantasma onirico a metà fra sogno e incubo, popola ossessivamente l’immaginario maschile tra Otto e Novecento: la femme fatale.

Il tòpos della “donna pericolosa”, proprio in virtù della sua vastissima diffusione, è diventato esso stesso emblema di quel variegato clima culturale che abbraccia correnti imparentate fra loro. Parliamo del Preraffaellismo, l’Estetismo e il Simbolismo. Tutte manifestazioni di quel più ampio fenomeno noto come Decadentismo.

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La femme fatale
Dante Gabriel RossettiLady-Lilith – olio su tela 96.5 cm × 85.1 cm (38.0 in × 33.5 in) – conservato presso il Delaware Art Museum, Wilmington

Negli ambienti colti e d’elite, la predominanza della figura femminile assume i caratteri di una risposta – non priva di inconscio timore – da parte della società maschilista al pericolo latente rappresentato dalla donna e dal suo ruolo nella società. Le campagne a favore di una maggiore uguaglianza tra uomini e donne suscitano il timore che l’emancipazione femminile possa sconvolgere le norme morali, domestiche e sociali. Il fenomeno conosciuto col nome di femminismo, infatti, nasce proprio in quest’epoca di passaggio – basti pensare al movimento delle suffragette iniziato nel Regno Unito.

Artisti

I Preraffaelliti sono tra i primi a riflettere queste preoccupazioni nei loro dipinti, rappresentando dee, incantatrici e altre donne mitiche come figure femminili potenti, misteriose e manipolatrici.

Tuttavia, durante la prima fase del movimento – nato nel 1848 dal sodalizio tra i pittori John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti e William Holman Hunt e poi allargatosi a molti altri artisti – la figura femminile ha una valenza decisamente positiva, ispirata soprattutto al tema dell’amor cortese tipico della poesia del Dolce Stil Novo, e alle protagoniste dei drammi shakespeariani.

La femme fatale: dai preraffaelliti in avanti

Il Preraffaellismo, infatti, guarda al passato, soprattutto medioevale, come a un’epoca dagli ideali più elevati, e dove anche l’arte aveva toccato l’apice della spontaneità e della vicinanza alla natura e, di conseguenza, alla verità.

Ed ecco, quindi, apparire nei dipinti di Rossetti e compagni, delicate donzelle in abiti medioevali e rinascimentali che incarnano l’ideale della donna oggetto di amore da parte dell’uomo, ma che di quell’amore possono essere anche vittima: un caso su tutti, la commovente Ofelia di Shakespeare dipinta da Millais nel 1851-1852, ormai morta, alla deriva sul letto di un fiume, circondata di fiori variopinti.

La femme fatale
Ophelia olio su tela (76.2×111.8 cm) collezione Tate Gallery di Londra.

Un altro personaggio ricorrente nella pittura preraffaellita è quello della Dama di Shalott, la sfortunata eroina di un poemetto di Alfred Tennyson che, innamorata di Lancillotto, decide coraggiosamente di rompere una maledizione che la costringeva alla prigionia in una torre, e di uscire nel mondo esterno, autocondannandosi a morire d’amore. Quadri famosi dedicati alla Dama sono stati dipinti, fra gli altri, da William Holman Hunt e da John William Waterhouse.

Parliamo di figure per lo più positive, quindi, personificazioni dell’amore stesso.

Ma ecco che verso la fine dell’Ottocento, in pieno Decadentismo, il clima cambia decisamente, e le atmosfere si fanno più ombrose, cariche di desiderio, lussuria, pericolo, perdizione e, spesso, di morte!

Gli sconvolgimenti sociali, con a capo le donne, di cui si è accennato poc’anzi, portano ad un ribaltamento “in negativo” della figura femminile: non più innocue eroine emananti un lirico amore “medioevale”, ma streghe, incantatrici, manipolatrici, donne pericolose: e come in una sorta di perverso gioco di specchi o come un gorgo turbinoso e senza fine, si moltiplicano Eva, Astarte Siriaca, Salomè, la maga Circe, Medea, Elena di Troia, la sirena, la gorgone e persino la Sfinge.

L’arte della seduzione

Femmine intrise di erotismo, peccaminose e letali, che ghermiscono l’uomo/preda, portandolo alla inevitabile perdizione. Delle vere e proprie vampire!

Si può dire che nessun artista sia rimasto immune alla carezza seducente e distruttiva della femme fatale, a partire, appunto, dai Preraffaelliti. Anzi, è stato proprio Dante Gabriel Rossetti ad inaugurare una sorta di prototipo femminile che ha poi influenzato intere generazioni di artisti che lo hanno ovviamente reinterpretato secondo il proprio stile.

Pensiamo alla Venus Verticordia, (in copertina) che Rossetti ritrae tra il 1864-1868: una Venere che ha un viso da “bambola di porcellana”, ma le cui labbra rosse come fragole sottintendono la sua carica seducente. La dea stringe nelle mani una freccia ed una mela, entrambi simboli dell’amore, ma il suo pallore e i carichi fiori color rosso sangue ci mettono in guardia: colei che ama, è anche colei che distrugge. John William Waterhouse, esponente del Preraffaellismo tardo, si è specializzato nei soggetti di donne fatali, dipingendo un gran numero di sirene e maghe incantatrici.

La sua Circe Invidiosa (1891) dallo sguardo truce e vendicativo, reca con sé un recipiente colmo del filtro magico con cui ammalierà e stregherà Ulisse e i suoi compagni, trasformando questi ultimi in porci.

Il belga Fernand Khnoppf, con la sua Sfinge del 1891 ci consegna una delle immagini più iconiche ed inquietanti: un giovane atletico ma anche vagamente efebico, è dolcemente ghermito da una donna bellissima con il corpo da ghepardo. Cedere alle sue fusa può essergli fatale… Qui siamo alle prese con un amore dai connotati ferini, un amore letteralmente… divorante!

La Sfinge olio su tela 50,5×151 cm Museo reale delle belle arti del Belgio, Bruxelles

La battaglia fra i due sessi

L’Italia simbolista di certo non manca dal nostro elenco, e l’artista che ha dato più spazio all’ambigua, decadente figura femminile è Giulio Aristide Sartorio. Ispirato anche dalle liriche dannunziane, egli dipinge due quadri emblematici: la Sirena (chiamato anche Abisso verde, 1893) e La Gorgone e gli Eroi (1897). In entrambe le opere, creature mitologiche dalla abbondante chioma rossa di preraffaellita memoria stanno mietendo le loro vittime.

Nel primo caso, un giovane si sporge dalla barca per afferrare una donna che lui crede in pericolo di annegamento. Ma se guardiamo bene nell’angolo in basso a sinistra del quadro, scorgiamo delle ossa sul fondo marino. Preludio alla prevedibile fine che attende il malcapitato! Nel secondo caso, invece, una bellissima gorgone dal corpo perlaceo si erge vittoriosa, calpestando addirittura la testa di un eroe sconfitto. Icona della secolare battaglia tra i due sessi, dove stavolta è l’uomo a uscirne abbattuto.

Uno degli artisti più rappresentativi del clima estetico che si respira nel Vecchio Continente; nonché figura di spicco dell’Art Nouveau e della Secessione Viennese, è naturalmente Gustav Klimt.

Giuditta olio su tela (84×42 cm) 1901 conservato nell’Österreichische Galerie Belvedere a Vienna

I suoi quadri aurei e fioriti sono famosissimi. Anche questo artista così istrionico ci ha consegnato una delle icone più indimenticabili della femme fatale: la sua Giuditta I (1901). Ci presenta l’eroina biblica ricoperta di oro come una sorta di spietata imperatrice bizantina; mentre con la mano artigliata regge per i capelli la testa mozzata di San Giovanni Battista, riferimento più o meno esplicito alla castrazione maschile.

Giuditta ci osserva con le palpebre socchiuse ed un sorriso accennato che ha qualcosa di vampiresco. L’espressione del suo volto ricorda molto, non a caso, l’estasi dell’orgasmo e del più acuto piacere sessuale.

Da Mucha  a Von Stuck

Anche l’artista ceco Alphonse Mucha ha contribuito all’ampia diffusione di un repertorio figurativo tutto al femminile. Grazie ai suoi manifesti (anima e cuore dello Stile Liberty) ha tappezzato le mura delle grandi città europee fin oltre la Prima Guerra Mondiale.

La femme fatale
Alphonse Mucha – manifesto Stile Liberty

Basti pensare ai cartelloni pubblicitari realizzati per gli spettacoli teatrali di Sarah Bernhardt (la “divina Sarah”); alle allegorie di stagioni, fiori e pietre preziose. O ancora ai manifesti pubblicitari per case di moda o industrie dolciarie. E’ la messa in pratica del concetto dell’arte che entra nel quotidiano delle nostre vite per migliorare la società ed elevarne la morale.

L’immagine che ci sembra più idonea per concludere questa breve panoramica sulla femme fatale nell’arte della Belle Epoque, è  Il peccato (1908); del tedesco Franz Von Stuck, che la rende potente nella sua carica assieme sessuale e mortifera.

La femme fatale
Il Peccato – olio su tela – 94.5 cm × 59.6 cm – conservata presso la Nationalgalerie di Berlino

L’opera dà a quest’incubo erotico tutto al femminile la sua forma forse più perfetta; chiamando in causa Eva, la prima donna e al contempo la prima peccatrice della storia.

La madre dei peccati dell’umanità emerge da un fondo buio, con il corpo dal chiarore lunare e mortale allo stesso tempo; le labbra volitive e lo sguardo che ci attira nella tenebra. Ma il dettaglio più agghiacciante sta tutto nell’enorme serpente che la avvolge sensuale e che sibila rivolto a noi… contro di noi! La donna/Eva e il pitone sono simboli complementari del peccato per eccellenza. Il peccato che ci scruta, tenta e tormenta dall’alba oscura dei tempi, eterno e inesorabile come una notte senza luna.

Articolo curato e scritto da Danilo Borri. Leggi anche Il Futurismo e lo spiritismo.