Stevanin

Stevanin il killer che non ricorda di aver ucciso

A volte male e perversione sessuale possono essere sinonimi, entrambi portano con sé l’idea della trasgressione e del peccato. È un desiderio della natura umana che tuttavia può diventare mortale come nel caso di Gianfranco Stevanin. Un giovane agricoltore dai modi gentili su cui inizialmente non aleggia l’ombra di alcun sospetto, ma che in realtà cela segreti oscuri. Ossia diverse donne scomparse nel nulla, una prostituta violentata ed il ritrovamento di un tronco umano nella sua proprietà. Percorriamo insieme questa raccapricciante storia che ci porta a Montagnana in provincia di Padova dove Gianfranco nasce il 2 ottobre 1960.

L’infanzia di Gianfranco Stevanin

I suoi genitori, Noemi Miola e Giuseppe Stevanin, lo mandano in collegio dove resta dall’età di 4 anni fino alle scuole superiori. Gianfranco è un ragazzo normale, socievole e diligente, finché il 20 novembre del 1976 un terribile incidente cambia drasticamente la sua esistenza. Una caduta in moto gli procura un trauma cranico ed una frattura frontale con un danno neurologico che lo fa soffrire di crisi epilettiche. Dopo il trauma tutto cambia, scompaiono gli amici, e quel giovane brillante diventa ombroso, non riesce a concentrarsi a scuola a causa di emicrania. Dopo un fidanzamento finito male Stevanin decide di dedicarsi esclusivamente a rapporti occasionali, scopre il sesso a pagamento. Sarà l’ossessione per il sesso a trasformarlo in uno spietato mostro? Probabilmente sì perché e quella sete insaziabile che lo porta ad abbordare il 16 novembre nel 1994 a Vicenza Gabriele Musger.

L’ultima vittima e l’arresto

Gianfranco propone alla prostituta soldi in cambio di sesso ed alcune foto particolari. Giunti nel casolare di Terrazzo per Gabriele cominciano ore di terrore e sesso condito da giochi estremi e sadici. Infine la ragazza offre al carnefice 25 milioni di lire in cambio della libertà e salgono in auto per andare a prendere i soldi. Presso il casello autostradale di Vicenza Ovest, mentre lui paga il pedaggio, Gabriele scende dal veicolo e fugge verso una pattuglia. La polizia arresta lo stupratore per violenza sessuale, perquisisce la macchina ed infine la casa di Terrazza. Dove torna a galla la vita torbida del serial killer in tutto il suo orrore quando scoprono settemila foto. Inoltre ci sono diversi schedari con le informazioni personali di molte donne e contenitori con peli pubici. Quello che sembra essere un maniaco è adesso sospettato di crimini più gravi.

Stevanin

Le vittime ed il processo

Dal macabro archivio saltano fuori diversi nomi, quello di Biljana Pavlovic trovata morta il 12 novembre 1995. Esattamente in un sacco nero seppellito in uno dei poderi della famiglia Stevanin. Blazenka Smoljo il cui corpo è ritrovato il 24 settembre del 1996 in un fosso a Terrazzo. Inoltre Claudia Pulejo: uccisa per soffocamento dal killer e Roswita Adlassing scomparsa nel maggio del 1993 e mai ritrovata. Infine due sconosciute mai identificate, di cui una fatta a pezzi in un sacco e l’altra mutilata delle parti intime. Dopo un lungo tentativo nel quale il mostro di Terrazzo prova a giustificare la sua estraneità ai fatti, confesserà tutto. Arriva a parlare degli omicidi come fossero sogni che non ricorda. Fino a pronunciare una frase emblematica davanti ai parenti delle vittime durante il processo:

“Io non ho ucciso le mie donne, erano loro che morivano”!

La condanna

A seguito di una perizia psichiatrica è dichiarato lucido e capace di intendere e di volere, dunque processabile. Tuttavia i periti della difesa la contestano sostenendo che i disturbi di Gianfranco sono da ricondurre all’incidente di moto. La Corte d’Assise, il 6 ottobre 1997 apre il processo, 19 udienze, 100 giorni in aula e 90 testimoni. I capi di imputazione sono tantissimi, si parla di mutilazioni di parti intime, cadaveri deturpati, sadismo, sesso estremo. Stevanin non reagisce, è tranquillo, non si scompone nemmeno quando nel 2002 la Suprema Corte chiude la vicenda confermando la pena all’ergastolo. L’uomo è attualmente detenuto nel carcere di massima sicurezza di Sulmona in Abruzzo. Chiede di uscire sostenendo di non essere più il Mostro e continua a sostenere una sola verità:

Io ricordavo di averle seppellite, non di averle uccise”!

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