Bolle di sapone. Giochi di colore sulle superfici

Bolle di sapone. Giochi di colore sulle superfici

Bolle di sapone. Arte e filosofia in un soffio

Volano leggere, si rincorrono. Fluttuano nel cielo grazie alla loro impalpabile materia… le bolle di sapone hanno affascinato generazioni di artisti e committenti. Soprattutto per via di quei giochi di colore che si animano sulle superfici traslucide. Come di solito avviene nelle arti figurative, però, anche questo tema apparentemente disimpegnato trasmette significati più profondi.

Chi l’avrebbe mai detto che un’immagine così gaia come una bolla di sapone, nei secoli passati potesse rimandare al concetto stesso della fine, con la conseguente consapevolezza che tutto ciò di cui ci circondiamo, in termini di beni materiali, sia vano ed effimero?

Il tema della meditazione sulla morte e sulla transitorietà della vita, della ricchezza e dei piaceri, è stato sempre centrale nella nostra cultura. Ha alimentato la ricerca artistica sin dai tempi più remoti. Basti pensare, ad esempio, ai vari mosaici e alle pitture pompeiane e romane dove troviamo raffigurati teschi e oggetti quali la ruota della Fortuna; evidenti simboli dell’impossibilità dell’uomo a sottrarsi al Fato che deciderà “i tempi e i modi” che ci vedranno confrontarci con l’ineluttabile meta finale.

Prima di inoltrarci nell’aspetto prettamente “artistico” del discorso, un chiarimento lessicale. Da un punto di vista etimologico, il termine “vanitas deriva davanus” (“vuoto”, “caduco”) e traduce, appunto, la riflessione sulla natura precaria della vita; e di come il tempo trascorra inesorabile, portando via tutto con sé.

Bolle di sapone e l’equilibrio dell’umanità

Oltre ai teschi e agli scheletri in generale, simboli ricorrenti sono i fiori sbocciati e sfioriti. Poi carte da gioco, beni di lusso, armi, clessidra o orologio… e le nostre bolle di sapone, di solito create da un puttino alato o da un adolescente che soffiano da una cannuccia.

La parola “vanitas” richiama anche la frase biblica «vanitas vanitatum et omnia vanitas» («vanità delle vanità, e tutte le cose vanità»). Questa iconografia ha avuto il suo massimo sviluppo nel Seicento – soprattutto in Olanda; correlato al senso di precarietà provato in quel Paese e in Europa in seguito al dilagare delle epidemie di peste e della Guerra dei Trent’anni, che aveva sconquassato dapprincipio il cuore del Sacro Romano Impero, sempre più frammentato e dilaniato da lotte intestine.

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Tuttavia, nonostante questi sconvolgimenti politico-sociali, il Seicento olandese è stato anche un periodo fulgido; non a caso passato alla storia come il “Secolo d’Oro”. Quello che in inglese è definito “Dutch Golden Age”.

Questo perché la costituzione della repubblica delle Province Unite (1579) e la conseguente proclamazione d’indipendenza dalla Spagna da parte delle regioni settentrionali dei Paesi Bassi svilupparono in tale area una solida struttura economico-sociale.

Durante tutto il XVII secolo si delineò in quella realtà borghese e mercantile una straordinaria fioritura artistica; caratterizzata da molteplici tendenze stilistiche e dalla presenza di un alto numero di centri di produzione figurativa. Tra questi Delft, Leida, Utrecht, Amsterdam, Haarlem. Il ceto mercantile fu l’interlocutore principale degli artisti ai quali chiedeva quadri di piccolo formato centrati sulla rappresentazione della vita quotidiana e dell’organizzazione sociale e familiare.

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Il ritratto collettivo, le scene di vita di mare. La veduta urbana e quella d’interni di confortevoli abitazioni. La scena di costume popolare, il paesaggio e la natura morta furono i temi privilegiati dai committenti. Questo fenomeno occorse prevalentemente nel nord del paese, dove l’affermazione del protestantesimo calvinista, contrario alla diffusione delle immagini religiose, accentuò lo spirito profano delle pitture.

L’ondata di soggetti mondani finalizzati a evidenziare gli aspetti confortevoli e rassicuranti della vita quotidiana, non poteva in ogni caso eclissare e nascondere l’altra faccia della società dell’epoca. La presa di coscienza circa l’esistenza della guerra, delle carestie e della tangibilità della morte, portò, come già accennato, alla ribalta il motivo iconografico delle bolle di sapone come simboli della vanitas e del memento mori.

In quest’ottica è emblematico l’Autoritratto di David Bailly, (in copertina) dove il pittore si ritrae accostato ad un tavolo ingombro di oggetti – il cui significato, alla luce di quanto detto finora, è facilmente intuibile – ed ecco che in alto, quasi impercettibili, compaiono tre bolle di sapone pronte a scoppiare; proprio così, la vita dell’uomo è basata su un equilibrio instabile che può essere infranto in ogni momento. Il pittore ci guarda dritto negli occhi, con fare interrogativo e quasi accusatorio o di sfida. Fissandoci, sembra volerci chiedere: «Cosa rimarrà di noi dopo che il nostro viaggio sulla terra sarà concluso?».

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Oltre a una meditazione sulla caducità della vita, il quadro di Bailly è venato di malinconia e nostalgia; il pittore regge con la mano sinistra il ritratto di un uomo anziano, che altri non è che… l’artista stesso! L’opera è datata al 1651, cioè quando Bailly aveva sessantasette anni. Capiamo bene, dunque, che ci troviamo di fronte a una sorta di “autoritratto in retrospettiva”. Il pittore si guarda indietro, rievocando la giovinezza ormai lontana e perduta.

Altro esempio lampante sul tema della vanitas e del memento mori, è il dipinto Il trionfo della morte conosciuto pure come Specchio della vita umana. Realizzato nel 1627 da Giovanni Battista della Rovere. In un tripudio di simbologie inerenti il tema della fine, incontriamo alcuni personaggi. In alto campeggiano le tre Parche, le quali, secondo la mitologia greca, presiedono alla vita degli uomini, decidendone il corso e, soprattutto, la fine.

Giovanni Battista della Rovere, “Trionfo della morte”, 1627

Più in basso, ecco Adamo ed Eva, il cui Peccato Originale ha permesso alla morte di entrare nel destino dell’uomo. Ma il dettaglio che qui più ci interessa, è il centro della composizione: la Ruota della Vita gira attorno ad un puttino che siede su una bolla di sapone, simbolo della vanità effimera della vita, che sembra stabile e duratura, ma non lo è affatto. L’opera ci appare, suo malgrado profetica, in quanto è stata realizzata alla vigilia della grande peste manzoniana del Seicento, che ha afflitto l’intera Europa mietendo milioni di vittime.

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Il fatto che la morte non guardi in faccia a niente e a nessuno, sprezzante sia della miseria sia della nobiltà è dolorosamente evidenziato dal bellissimo ritratto di Mademoiselle de Tours, la quinta figlia del re di Francia Luigi XIV e della sua amante Madame de Montespan.

Pierre Mignard, Mademoiselle de Bourbon fa le bolle di sapone, 1681 circa
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Il ritratto, di mano di Pierre Mignard, è probabilmente postumo, in quanto la bambina morì alla tenera età di sette anni. Non a caso, la piccolina è intenta a giocare con una bolla di sapone, la cui vita è breve quanto lo è stata quella della nobile fanciullina. Più allusivo di così…

Il tema delle bolle di sapone rimane una costante pure nel Settecento, secolo caratterizzato da una grande riflessione intellettuale accostata a un forte spirito di ricerca scientifica. È l’età dell’Illuminismo, in cui la fiducia nel potere della ragione permea ogni attività umana, non soltanto filosofica, ma anche intellettuale e culturale. Nel campo artistico, all’interno di una pluralità di tendenze, persistono forme e modi della tradizione seicentesca, mentre cresce un nuovo interesse per la resa obiettiva degli aspetti della realtà che porterà allo sviluppo del ritratto, della veduta, della scena di costume.

In questo filone s’inserisce Jean-Baptiste-Siméone Chardin, che amava i soggetti domestici, le nature morte di animali e di frutta, le scene d’interno con qualche ritratto: tutti temi e forme che lo avvicinano ai fiamminghi e agli olandesi.

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Proprio per questo, non potevano mancare le bolle di sapone, che ritroviamo in questa tela (1734 circa), la quale raccoglie l’eredità della tradizione pittorica olandese del Seicento. Non sappiamo con certezza se egli volesse trasmettere un messaggio con questo dipinto, ma le bolle di sapone all’epoca erano ancora intese come un’allusione alla caducità dell’esistenza.

In secondo piano possiamo scorgere un bambino che guarda rapito quel “gioco miracoloso” che è la creazione della bolla di sapone: uno stupore che, probabilmente, cesserà di colpo, inebetito, quando la bolla scoppierà, svanendo come un’illusione, proprio come il momento del risveglio interrompe un sogno lieto…

Bolle di sapone

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La vita stessa è, in fondo, un sogno e una fantasticheria vagheggiata? Nell’età dei lumi, Chardin sembra quasi anticipare le tematiche romantiche del primo Ottocento.

Ed è proprio la fine di questo breve percorso a portarci nel diciannovesimo secolo, tornando, contemporaneamente, anche indietro nel tempo. Sì, perché Edouard Manet, uno degli apripista di quella avanguardia artistica chiamata Impressionismo, amava molto i pittori olandesi da cui siamo partiti. Come per tutta la sua produzione, anche le bolle di sapone diventano pretesto per un puro gioco di colori che, sapientemente giustapposti, creano iridescenze luminose.

Il quadro, datato 1867, raffigura il figlio di Manet, il quindicenne Léon Koelin-Leenhoff, ed è solo uno dei vari ritratti che l’artista gli ha dedicato. L’adolescente è immortalato mentre si diverte a formare bolle da una scodellina contenente acqua e sapone. Questa è in ceramica bianca, decorata con un motivo floreale realizzato da Manet con dei brevissimi e compendiari tocchi di colore.

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Il punto luce reso dal bianco si sdoppia nel colletto della camicia di Léon, segnando così un percorso visivo in verticale che accompagna il nostro occhio verso il suo viso e, da lì, fino alla bolla di sapone. Non a caso, anche in essa ritroviamo dei tocchetti bianchi dati con veloci colpetti di pennello: la piacevolezza cromatica dell’ambiente circostante – che non vediamo – è illusionisticamente riprodotta sulla superficie cangiante della bolla di sapone.  Quella che il pittore compie è una rivoluzione pittorica: elimina il chiaroscuro, le mezze tinte, la costruzione plastica; dipinge sulla tela con colori piatti, rilevati dall’accentuarsi dei contorni; modella i volumi attraverso i contrasti di colore.

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Al di là delle varie epoche, dei molteplici stili pittorici e dei nomi più o meno grandi che si sono cimentati col tema delle bolle di sapone, quel che è certo è che fissare per sempre questo soggetto sulla tela ci appare come una sfida (in fondo, disperata?) per evitare l’inevitabile. Una bolla di sapone dipinta non scoppierà mai, durerà in eterno, colta in quell’attimo. L’eternità che si tramanda di tempo in tempo e di luogo in luogo… non è forse questa, l’essenza stessa del ricordo e della memoria?

Lasciamo l’ultima parola ala filosofia di Schopenhauer, che ha, forse, tratto la conclusione più vera: «Nel frattempo continuiamo la nostra vita con grande interesse e molta cura, fin quando è possibile! Come si gonfia il più a lungo e il più ampiamente che si può una bolla di sapone, pur con la ferma certezza che scoppierà».

by Danilo Borri

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