Villa Ada

Villa Ada: e il suo fascino sinistro

Identificata come “Villa Ada Savoia” è, però ben noto che non è mai esistita una donna di Casa Savoia che portasse il nome Ada. Anche perché in questo caso la dicitura sarebbe errata. In quanto mancante del “Di” nobiliare. Il nome “Ada” fu, infatti, dato alla Villa dal Conte Giuseppe Telfener; che ne fu proprietario per breve tempo; a partire dal 1879. Egli aveva voluto, con questo gesto, rendere omaggio alla donna che aveva sposato pochi mesi prima, il 15 marzo dello stesso anno: Ada Hungerford, una ricca ereditiera americana figlia di Daniel E. Hungerford.

La Villa fu proprietà della famiglia Reale, e quindi conosciuta come “Villa Savoia”; o anche “Villa Reale” dal 1872 al 1879. Poi dal 1904 al 1946. Anche la toponomastica, seguì questa impostazione: “Via di Villa Savoia”. La strada che da Via Salaria, all’altezza dell’ingresso monumentale alla Villa, scende fino a Piazza Verbano. Che mutò prima in “Via Verbano” e poi definitivamente, nel 1946 in “Via di Villa Ada”.

Villa Ada: residenza Savoia?

Immersa nel verde vi è una costruzione scavata in una collinetta. Protetta da un cancello e poi, dopo una brevissima galleria, da una grande porta blindata, con a fianco una più piccola.

Questa altri non è, che il bunker pensato per accogliere la famiglia Savoia in caso di bombardamento aereo durante la II Guerra Mondiale. Raggiungibile in macchina dalla Villa, attraversando un sentiero di 600 metri, per poi accedere attraverso un passo carrabile alla grande porta blindata. Quest’ultima, che riconduce a un parcheggio (dove si trova pure una sorta di citofono, forse collegato alla Residenza Reale), dal quale si può poi accedere al rifugio vero e proprio.

Una camera ad alta pressione, dotata di sistema di filtri di depurazione e ricambio dell’aria. Funzionante anche in maniera manuale, attraverso i pedali di una specie di bicicletta; oltre che essere dotata di un impianto elettrico e di ben due bagni collegati a una vasca Imhoff; e ad un pozzo a dispersione). Una vera e propria piccola fortezza, pensata per tenere, per poche ore, i regnanti al suo interno. Giusto il tempo di aspettare che i bombardamenti finissero.

La luce bluastra della torcia elettrica illumina un disegno spettrale; il viso del Maligno incorniciato in un pentacolo: una stella a cinque punte rovesciata. Chiusa in un cerchio. Il cunicolo si snoda nel sottosuolo, tra botole aperte e irte di frammenti metallici arrugginiti e acuminati come lance. Tra essi sporcizia, resti di falò e qualche lumino votivo.

La scala infernale

Questa scala porta all’inferno” avverte una scritta rossa con l’immancabile sigla 666, il numero dell’Anticristo.

La scala a chiocciola è sbilenca, impraticabile, con parecchi scalini mancanti; e conduce alla parte superiore del rifugio, il bunker antiaereo della famiglia reale; costruito durante la seconda guerra mondiale per Vittorio Emanuele III. E per la regina Elena e la principessa Mafalda. Uno dei tanti sotterranei abbandonati, che si aprono nel sottosuolo della capitale. Punto di ritrovo oggi, per senzatetto, tossicomani e soprattutto satanisti.

Bunker

Nel parco di Villa Ada, lo scrittore Niccolò Ammaniti, ha ambientato il suo delirante “Che la festa cominci“.

Ha preso spunto da alcune delle tante leggende che circolano da anni sul parco; come quella dello Yeti. Un animale misterioso che avrebbe lasciato segni di unghiate sulla corteccia delle querce da sughero; e che, inizialmente è identificato in un grosso tasso.

Il problema è che i tassi, a Roma, non esistono. Ma le messe nere nell’ex bunker dei Savoia non sono uno scherzo né una leggenda. Molte famiglie di abitanti della zona sono terrorizzate. Parlano di cantilene sinistre e di apparizioni spettrali.

Mi sono convertita a Satana” si legge all’interno di una delle nicchie che si aprono lungo il corridoio principale.

Su un muro, una figura dipinta di bianco colpisce un’altra, accucciata, con un’arma simile a un’ascia; la raffigurazione stilizzata di un sacrificio umano, che torreggia su una sorta di didascalia scritta in un alfabeto incomprensibile.

E ancora: “Evil“, “Satana esige accoliti“, altri pentacoli, “Dio è con te“. Poi uno strano simbolo, in verde lucente, con un cerchio e quattro linee dritte che finiscono a uncino. A metà tra la svastica e la croce di Sant’Andrea.

Il rifugio, è costruito su disposizione di Mussolini, definito “il più resistente e confortevole di Roma“.

Due bagni, due sistemi di filtraggio dell’aria e una cerniera stagna in caso di attacchi chimici. Il luogo, comprendeva anche un’uscita di emergenza.

I progettisti sfruttarono le caverne del Colle delle Cavalle Madri e realizzarono un’idea ingegnosa.

In superficie c’è una piastra di cemento armato; una sorta di scudo per resistere all’impatto degli ordigni. Mentre la cupola dei sotterranei, più in basso, ha un semplice rivestimento in mattoncini.

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