Elizabeth Siddal

Elizabeth Siddal: ossessione di amore e morte

Sembrava davvero una ragazza fuori dal comune, Elizabeth Siddal. Con quella carnagione pallida e la lunga chioma fulva che la avvicinavano ad una creatura fiabesca, non appartenente a questo mondo. Ma non era solo l’aspetto fisico a rendere Lizzie (così le piaceva d’esser chiamata) diversa da tante altre ragazze della sua età; ma anche e soprattutto la sua natura artistica: modella prediletta dei pittori Preraffaelliti, fu ella stessa artista e poetessa.

E proprio il suo legame coi Preraffaelliti, e specialmente con uno di essi, determinò la svolta tragica dell’esistenza di Lizzie; consegnandola alla Storia e alla leggenda.

Autore: Danilo Borri


Elizabeth Eleanor, questo il suo nome completo, era nata il 25 luglio 1829, figlia di Charles Crooke Siddal e di Elizabeth Eleanor Evans. Il padre gestiva un’attività di coltelleria e nel 1831 la famiglia si trasferì nel quartiere di Southwark, a sud di Londra. Elizabeth, che aveva cinque tra fratelli e sorelle, sviluppò subito un’inclinazione per la poesia, e la sua fonte d’ispirazione principale era il poeta romantico Tennyson.

Elizabeth Siddall, circa 1860

La ragazza, che aveva trovato lavoro come sarta, era anche piuttosto abile nel disegno, e un giorno del 1849 decise di mostrare i suoi lavori  al padre di Walter Deverell, un pittore vicino alla cerchia preraffaellita. Il padre di Deverell le suggerì di fare da modella per il figlio, e attraverso di lui fu facilmente presentata agli altri artisti della Confraternita che era stata ufficialmente fondata l’anno precedente. 

Elizabeth Siddal e Dante Gabriel Rossetti 

E qui entra in scena l’altro protagonista, accanto a Lizzie, di questo dramma romantico intriso di amore, morte e… ossessione. Dante Gabriel Rossetti, co-fondatore della Pre-Raphaelite Brotherhood (Confraternita dei Preraffaelliti) conobbe Elizabeth durante le sedute di posa per un quadro che Walter Deverell stava dipingendo; ispirato a un episodio della “Dodicesima notte” di Shakespeare: Rossetti faceva da modello per la figura di Feste, mentre la Siddal posava nei panni di Viola.

In realtà, la giovane modella non incarnava esattamente l’ideale di bellezza femminile tipico dei Preraffaelliti, che anzi preferivano donne dall’aspetto più voluttuoso e sensuale; ma in lei essi apprezzavano la modestia e la semplicità innate. Inoltre, non lo dimentichiamo, Elizabeth era una artista e una poetessa, e sicuramente questo la avvicinava alle corde sentimentali di questi pittori e aggiungeva lirismo alla sua figura.

Oggi possiamo avere un’idea precisa dell’aspetto di questa esile fanciulla, non solo grazie ad alcune fotografie, ma anche per merito dei molti quadri per cui aveva posato. Quello più famoso è certamente la “Ofelia” dipinta da John Everett Millais nel 1851-1852, per il quale Elizabeth posò per lunghe ed estenuanti ore immersa in una vasca da bagno colma d’acqua riscaldata con delle lampade.

John Everett Millais, Ophelia.

Un giorno le luci smisero di funzionare e la ragazza restò a mollo nell’acqua fino a prendere un’influenza per la quale il padre fece causa a Millais, al fine di poter pagare le cure del dottore e ricevere un risarcimento personale. La ragazza guarì, ma allo stesso tempo non si riprese mai completamente dalla polmonite, che rese ancora più delicata la sua salute già cagionevole.

Nel frattempo, Dante Gabriel e Elizabeth si erano fidanzati, e il loro rapporto scorreva lungo un doppio binario, umano e artistico.

Una poetessa tra i Preraffaelliti

Lizzie diventò la modella preferita di Rossetti, che iniziò a ritrarla a discapito di tante altre modelle arrivando a vietare alla stessa Lizzie di posare per altri pittori. Sembra che il numero di dipinti, disegni e acquerelli nei quali Rossetti ritrasse la sua musa e compagna superino il migliaio.

A partire dal 1852, Lizzie cominciò a studiare e ad esercitarsi in pittura insieme a Rossetti secondo il tipico stile medievaleggiante caro ai Preraffaelliti. La carriera artistica di Lizzie fu supportata anche dal critico d’arte John Ruskin, già sostenitore di Rossetti e compagni.   

Un disegno del 1852 di Rossetti del dipinto di Siddall

All’incirca nello stesso periodo, Elizabeth iniziò a dedicarsi con più zelo anche alla poesia, prediligendo un romanticismo ombroso dai temi malinconici come la perdita di un amore e l’impossibilità di amare. Il critico inglese William Gaunt disse che le liriche di Elizabeth erano semplici e commoventi come le antiche ballate medievali, così come i suoi disegni che ricordavano l’epoca di Re Artù potevano benissimo competere coi lavori dei ben più noti pittori Preraffaelliti.

Mercoledì 23 maggio 1860, dopo un fidanzamento durato quasi un decennio, finalmente Dante Gabriel Rossetti e Lizzie Siddal si sposarono nella chiesa di San Clemente ad Hastings, una città sul mare. Non c’erano né amici né parenti, solo una coppia di testimoni del luogo. Il fidanzamento durò così a lungo soprattutto a causa dei continui tentennamenti di Rossetti che, pur innamorato della sua compagna, pure era restio a legarsi con lei in matrimonio perché, pare, si vergognasse delle origini proletarie di lei e non voleva presentarla ufficialmente alla sua famiglia.

Elizabeth Siddal in Ofelia come nella realtà

Sembra anche che le due sorelle di lui, che la conoscevano, non la apprezzassero (all’epoca le modelle e le artiste godevano di indubbia fama) e Rossetti aveva paura che anche i genitori, in particolare il padre insegnante al King’s College di Londra, non la accettassero.

Ma è anche molto probabile che lui non volesse impegnarsi seriamente a causa della sua cronica infedeltà. Rossetti era un Don Giovanni impenitente. Ed Elizabeth, nonostante fosse sicuramente al corrente delle sue scappatelle, restava con lui; ormai vincolata in una simbiosi umana, amorosa e artistica che l’aveva resa ancora più schiva e asociale.

A discapito della sua immagine angelica restituita dai quadri dove compare, pare infatti che Lizzie avesse una personalità forte e impositiva; che dopo un po’ cominciò ad andare stretta a Dante Gabriel che, in fondo, era sempre stato uno spirito libero. Punto debole del carattere di questa ragazza complessa era la dipendenza da una sostanza molto comune in quegli anni e inventata nel ‘700 da un medico inglese: il laudano.

Un misto di alcol e oppio che unito forse a una forma di depressione rendeva Elizabeth spesso umorale e intrattabile. Le cose peggiorarono ulteriormente nel 1861, quando un aborto aveva stroncato il desiderio materno di Elizabeth, compromettendo quasi irreparabilmente il suo stato psichico ed emotivo. Gli storici parlano di depressione post parto che si assommava alla delicata salute della donna, che probabilmente soffriva di una forma di tubercolosi – conseguenza del malanno preso mentre posava per la “Ofelia” di Millais – e di un principio di anoressia. A questo va aggiunto il comportamento non proprio specchiato di suo marito, che continuava a tradirla con le sue modelle, che lui sceglieva anche tra le prostitute.

Qui la storia raggiunge il suo climax, la tragedia sta per compiersi.

Dante Gabriel Rossetti: Beata Beatrix, ca 1864-70. Dante Gabriel Rossetti completò Beata Beatrix un anno dopo la morte di Siddall

La morte

La notte dell’11 febbraio del 1862, tornato a casa dopo aver trascorso qualche ora al Working Men’s College di Londra, Rossetti trovò sua moglie Elizabeth esanime sul letto; una fiala di laudano giaceva a terra, vuota. Inutilmente i medici tentarono di rianimarla… La ragazza era morta. Le autorità classificarono il suo decesso come “accidentale”, ma presto nacquero voci che parlavano di suicidio. A sostenere questa ipotesi c’era una nota scritta da Elizabeth e trovata da Rossetti. Vi era scritto «Per favore, prenditi cura di Harry», ovvero il fratello di Elizabeth che soffriva di disturbi mentali.

Distrutto dal dolore, Rossetti trovò sostegno soprattutto nel suo amico Ford Madox Brown, anch’egli pittore preraffaellita, che gli suggerì di bruciare il foglietto scritto da Lizzie; questo perché all’epoca il suicidio era illegale, e non avrebbe permesso di celebrare un degno funerale e di seppellirla in terra consacrata.   

A questo punto, la drammatica vicenda si fa racconto letterario e scivola nei contorni sfocati della leggenda “nera”. Molto, infatti, si è favoleggiato intorno alla morte e alla figura di Elizabeth Siddal.

Pare, infatti, che quando Rossetti fece riesumare la bara di Lizzie per recuperare il quaderno contenente le poesie di lei, e che lui decise di seppellire insieme alla sua autrice, il corpo della giovane fosse intatto e che i capelli rossi fossero cresciuti così tanto fin quasi da riempire del tutto la bara, tanto che Rossetti fece fatica a trovare il quaderno. Erano passati anni, ma l’aspetto della morta era rimasto immutato… proprio come succede ai vampiri della letteratura dell’orrore.

La “Beata Beatrix”

Alcuni sostengono che le affascinanti succhia sangue notturne rese immortali dalla penna di autori come Bram Stoker e John William Polidori, furono ispirate dalla vicenda macabra di Elizabeth Siddal.  Inoltre, molti libri e storie metropolitane la vorrebbero sotto forma di spettro che spaventa chi passa vicino alla sua tomba nel cimitero di Highgate.

Ed è proprio nelle sembianze di un fantasma evanescente che Rossetti scelse di raffigurare la sua Lizzie in un quadro famosissimo; che oltre ad essere una sorta di manifesto della pittura preraffaellita, è anche un supremo testamento d’amore e devozione lasciato dall’artista alla memoria della sua bella.

Nella “Beata Beatrix”, dipinta tra il 1864 e il 1870, Rossetti raffigura Lizzie nelle vesti della Beatrice di Dante Alighieri mentre, circonfusa da un alone di luce mistica e soprannaturale, con le mani adagiate sul grembo riceve da una colomba rossa un papavero bianco. Sullo sfondo del quadro appaiono le figure altrettanto evanescenti di Eros, davanti all’Albero della Vita; e di Dante Alighieri, in cui lo stesso Rossetti – da sempre appassionato della poesia del fiorentino – si identificava.

Seguendo i precetti dello stile preraffaellita, anticipatore del Simbolismo, il quadro è denso di una moltitudine di significati. Ad esempio, l’inversione cromatica (la rossa colomba e il bianco papavero) esprime il concetto di amore-morte. L’effimero papavero è il fiore del sonno e il simbolo del fatale potere narcotico che fu causa della morte di Elizabeth. La colomba allude allo spirito, come indicato dall’aureola ce le brilla sul capo, ma il suo colore inconsueto rappresenta la fiamma dell’amore. Dante è raffigurato in alto a destra con un libro sotto il braccio (allusivo alla “Vita Nova”) accanto a un pozzo. Simbolo di vita e rinascita.

Il tormento eterno

La Firenze deserta, che riconosciamo dal Ponte Vecchio nel margine superiore del quadro, indica il mondo terreno al quale Beatrice-Elizabeth non appartiene ormai più.

La meridiana posta su un muretto che segna il limite invalicabile tra il mondo dei vivi e quello dei morti, indica le ore nove; questo numero simboleggia la perfezione celeste e nella “Vita Nova” è riferito da Dante a Beatrice. Il volto di Beatrice-Elizabeth è reclinato all’indietro, con gli occhi chiusi in uno stato di morte/sonno e la bocca schiusa. Indice di estasi religiosa e di un vago appagamento sensuale: come la Beata Ludovica Albertoni o la Santa Teresa scolpite da Bernini; anche la nostra eroina è pronta per innalzarsi verso le sfere celesti.

Come se si fosse smarrito in un ossessionante labirinto di specchi, Rossetti continuò ad essere tormentato per anni dal ricordo della sua Lizzie. Un ricordo che acquisì col tempo una concretezza sempre più persecutoria e angosciante; forse acuita da un latente senso di colpa per quello che era successo.

Molte sono le versioni della “Beata Beatrix” dipinte dal pittore negli anni che seguirono. Come se continuando ad omaggiare la sua ex musa, egli avesse voluto placarne lo spirito inquieto in una sorta di esorcismo spirituale e artistico. Tentò addirittura di mettersi in contatto con lei attraverso numerose sedute spiritiche; e chissà che il fantasma della “beata” Elizabeth Siddal non abbia accompagnato Rossetti fino alla morte avvenuta nel 1882. Sopraggiunta per stroncare un percorso esistenziale che s’era fatto sempre più discendente e solitario, avvelenato dal consumo di alcol e di droghe.

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