Orrore e arte attraverso i secoli nei dipinti

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Orrore e arte

Nel corso della storia si sono avvicendati diversi artisti il cui obbiettivo è stato quello di unire orrore e arte. Per creare attraverso le immagini diverse versioni della paura, dedicando molto tempo a ritrarre quegli incubi con rappresentazioni simboliche di male, peccato e decadimento. A quale scopo? Probabilmente per riprodurre quel sentimento di forte angoscia, antico quanto il genere umano. Perciò indipendentemente dal momento storico o artistico la rappresentazione della morte, del dolore e dell’inferno, sono temi ricorrenti in tutti i secoli.

Orrore e arte nel medioevo

Ad esempio durante il Medioevo le immagini vengono utilizzate come mezzo per la comunicazione dei contenuti religiosi. I dipinti miravano soprattutto a educare coloro che non sapevano leggere e scrivere e servivano a un chiaro scopo: spaventare. I pittori comprendevano la paura e la sfruttavano come una delle leve emotive più potenti che una raffigurazione potesse avere. Così l’arte pittorica di quest’epoca si è nutrita delle immagini di diavoli e dannati presenti in affreschi e mosaici. Tipicamente posizionati vicino all’uscita di una chiesa per lasciare un’impressione indelebile nei fedeli. Visioni terrificanti dove orrore e arte si mescolano per diffondere una visione concreta dell’aldilà. Forconi, uncini e rastrelli, tipici strumenti della vita dei campi, diventano nell’iconografia armi con cui i diavoli infliggono tremende torture. Un monito di quali eterni disagi attendono se i parrocchiani non riuscissero a vivere devotamente in questo mondo.

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Orrore e arte

Il Rinascimento e il Barocco

Campione di queste raffigurazioni è probabilmente Hieronymus Bosch, che tra il 1480 e il 1490 crea il celebre trittico delle delizie. Di cui fa parte l’inferno musicale dove gli edifici e il colore del fuoco si amalgamano, producendo una sorta di terreno fertile malefico. Sul quale creature spaventose si apprestano a incendiare e distruggere, trasformando il mondo dei vivi in un eterno inferno. Superato il Medioevo, nel Rinascimento, avviene una maturazione della drammaticità artistica a partire da Michelangelo. Ritorna il richiamo alla paura e alla morte, esemplare è il suo Giudizio Universale. Realizzato tra il 1535 e il 1541 nella Cappella Sistina. Dove corpi nudi urlano e si accalcano, e sembrano quasi caricature che incarnano tutta la negatività della condizione umana. Un pessimismo che sfocia nell’estetica barocca e crudamente reale magistralmente espressa dallo Scudo di Medusa (1598 circa) di Caravaggio.

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L’ottocento e il Novecento

Successivamente la paura nell’arte acquisisce un tono più sociale che religioso. Ora, ci troviamo di fronte a figure che rappresentano la nostra realtà: conflitti armati, decadenza umana e altri orrori. Come nell’opera di Francisco Goya 3 maggio 1808 (1814) che mette in scena la resistenza delle truppe madrilene all’armata francese durante la guerra d’indipendenza spagnola. Dove il buio viene squarciato dalla luce che illumina il dramma della fucilazione e la paura nei volti dei condannati. Infine il Novecento, secolo delle avanguardie e di un sentire allucinato, ci porta nell’universo dell’orrore senza edulcorazione. L’Urlo (1910) di Edward Munch è forse l’opera più nota da questo punto di vista. Nasce dalla percezione diretta del pittore che descrive una sera qualsiasi in cui i colori si mescolano, quasi fossero un coagulo di sangue. Insieme all’esile figura ci danno l’esatta rappresentazione di un urlo di paura universale.

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